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DELITTI ESEMPLARI
DI MAX AUB
gaetano marino, foto di daniela zedda
mp3

Lo uccisi, perchè era idiota, perfido, scemo, tardo, stupido, mentecatto, ipocrita, ignorante, burino, buffone, gesuita, a scelta. Una cosa si accetta, due no.
Stavamo pigiati come sardine e quell'uomo era un porco. Puzzava. Tutto gli puzzava, ma soprattutto i piedi. Le assicuro che era impossibile sopportarlo. E poi aveva il colletto della camicia nero, e la nuca untuosa. E mi guardava. Una schifezza. Cambiai posto. Ebbene, lei non ci crederà, ma quell'individuo mi seguì. Aveva un odore diabolico. mi parve di vedergli uscire come degli insetti dalla bocca. Forse lo spinsi troppo forte. Non daranno mica la colpa a me, se le ruote dell'autobus gli passarono sopra.
Perchè cercare di convincerlo? Era un settario dei peggiori, caparbio e altezzoso, neanche fosse il Padreterno. Gli spaccai la testa in due: vediamo se impara a discutere. Chi non sa le cose, taccia
Scivolai e caddi. Colpa di una buccia d'arancia. C'era gente, e tutti si misero a ridere. Soprattutto quella del chiosco dei fiori, che mi piaceva tanto. La pietra la colpì proprio in fronte, tra i due sopraccigli: ho sempre avuto un'ottima mira. Cadde a gambe larghe, tra i suoi fiori in mostra.
Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me, era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio, parlava meglio; se voi credete che queste sono scuse, siete proprio stupidi. Ho sempre pensato alla maniera di sbarazzarmi di lui. Feci male ad avvelenarlo: soffri troppo. Questo sì che mi dispiace. Avrei voluto che morisse di colpo.
Quell'attore era così cane, ma così cane che tutti pensavano - ne sono sicuro - < c'è da ammazzarlo!>. Ma nel preciso istante in cui lo pensavo io, cadde qualcosa giù dal sipario e lo fece secco. Da allora vivo nel rimorso di essere stato io responsabile della sua morte.
Da quando era nato, quel moccioso non faceva che piangere, la mattina, la sera, la notte. Quando lo staccavano, quando gli davano il biberon e quando no, quando lo passeggiavano e quando no, quando lo cullavano, quando gli facevano il bagno, quando lo cambiavano, quando lo portavano a spasso, e quando lo riportavano a casa. E io dovevo finire quell'articolo. Avevo promesso di consegnarlo alle dodici. E io sono di parola. E questo marmocchio che piange, piange e piange. E sua madre... Beh, di sua madre meglio non parlarne. Lo gettai dalla finestra. Vi assicuro che non c'era altra scelta.
Parlava, parlava, parlava... E seguitava a parlare. In casa mia il padrone sono io. Ma quella domestica grassa non faceva che parlare, parlare ed ancora parlare. Dovunque io fossi, quella arrivava e cominciava a parlare. Parlava di tutto, di qualsiasi cosa, per lei era lo stesso Veniva persino in bagno: e questo, e quest'altro, e quest'altro ancora. Le ficcai un asciugamano in bocca perchè la smettesse. Non morì mica per questo, ma perchè non riusciva più a parlare. Le scoppiarono le parole dentro.
La uccisi in sogno, poi non potei far altro che sopprimerlo sul serio. Inevitabilmente.
Uccise la sua sorellina la notte della befana per tenere tutti i giocattoli per sé
Lei sapeva che io sapevo che lei mentiva. Ma mescolava il vero con il falso, barando spudoratamente: Erano le sette - Erano le sette. Era stata in libreria, ma non alle sette, lo sapevo da fonte sicura: la mia. - Erano le sette, erano le sette. Tutte balle. La rabbia mi rodeva. Qualcosa mi legava le braccia: all'improvviso scoppiò, si ruppero le catene e mi sentì libero. Non voglio vantarmi né dire sciocchezze, ma fu come se fossi uscito da una prigione, fuori da un incubo, l'anima purificata, tolti i ceppi: libero come l'aria. Le tolsi la menzogna dalla bocca: strangolata. Adesso, adesso, adesso sì, lo vidi nel mio orologio da polso, erano le sette, erano le sette: per caso, ma erano le sette. Del giorno dopo
La squartai dal basso in alto, come una pecora, perchè guardava indifferente il soffitto mentre faceva all'amore.