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l'UNIONE SARDA, SPETTACOLI
PRIME TEATRO
03.04.1997
Il figlio di bakunìn, di marino
con la compagnia Olata
tante facce per un ritratto
la parola diventa il timbro di una società

Tullio Saba è un personaggio in carne e ossa. Per dirla con la madre, «è buono, è bello e non è stupido». Ma soprattutto è un'idea. Un'idea di storia, di razza, di sogni e delusioni. Lo specchio dei testimoni, di quelli che lo hanno conosciuto o avrebbero voluto conoscerlo, gente che ha sentimenti da spendere, siano dolci o velenosi. Tullio Saba esiste e non esiste. Ritraendolo, Sergio Atzeni ha disegnato splendidi contorni, un ambiente, gli amici e i nemici. La vera storia del Figlio di Bakunìn è la loro storia, il loro tempo. Che è il tempo di una rivoluzione mancata. Dal libro alla rappresentazione, Tullio Saba indietreggia ancora. Si perde o si sublima nelle volute enigmatiche di una ballerina, che sembra fissarne nell'aria le malinconie, le passioni, i fallimenti. Sulla scena di Bakunìn (in questi giorni all'Isolateatro di Quartu) resta e si ispessisce la folla reale, colta nei ricordi, ma soprattutto nella sua carnosità: piccinierie, invidie, eroismi, affetti. Il regista, Gaetano Marino, ha lavorato su questo materiale, intrigato probabilmente dalla ricchezza e dalla freschezza dei personaggi che ruotano attorno all'immagine di Saba. Non ha neppure resistito alla tentazione di "caricarli", di "riempire" i caratteri, che Sergio Atzeni tratteggia invece al volo, con poche pennellate, sospendendoli tra i frammenti delle testimonianze. Scelta teatrale, che forse dirada l'indecifrabilità del testo, l'affascinante ambiguità di fondo, ma accentua il realismo. È come se si fossero accese le luci anche dove l'autore voleva la penombra. Il risultato? Godibile. Dolores Murtas, la moglie di Ottavio, la serva innamorata, il carabiniere, il "signorino" che non si sposa perché «deve ancora nascere quella che mi fa cornuto»: sono personaggi tagliati con precisione e spesso ridicolizzati. Dolores, ad esempio, sconta i suoi pettegolezzi sulla "vanitosa" famiglia dei Saba con un'eco da gallina starnazzante. Mentre c'è una corrente poetica tra quanti ricordano quegli «occhi colore di buccia di nocciole, con piccoli spicchi verdi, dentro, colore di erba a maggio». Dalla selezione dei personaggi e degli episodi affiora una lettura personale che vale una sentenza, o almeno una decisione tra i tanti volti del protagonista invisibile. Minatore arrabbiato, cantante, sciupafemmine, idealista, anarchico, comunista: Tullio Saba è comunque un eroe positivo. Un peccato da scontare. L'adattamento non commette l'errore di cucire un racconto sulla frammentarietà del testo. Le luci (di Luca Lai) accendono episodi, mini-narrazioni, opinioni, che si intrecciano a spezzoni registrati (la voce di Ulisse Ardau) e resta così l'incompiutezza della storia. Se c'è un filo che tiene il tutto, è la danza: le coreografie di Ornella D'Agostino sottolineano i passaggi più intensi, la morte in miniera, il palpito del cuore. Costruiscono un ritmo sotterraneo, ma talvolta sembrano altro, una storia diversa. L'amalgama non è perfetta, forse perché non sempre è chiaro l'obiettivo. Sono spericolate anche le colate sanguigne da Bellas Mariposas, divertono comunque. D'altra parte, Bakunìn dà l'impressione di un work in progress, sul genere Delitti esemplari di Aub, la precedente esperienza di Marino. Il che spiega, qui e là, certi cali di tensione. L'intuizione più convincente è sicuramente la scelta degli Olata: un'interpretazione appassionata, corale, e soprattutto un linguaggio che, dalla limba all'italiano "sporco", conserva il pregio maggiore del romanzo di Atzeni. La parola come carattere, timbro di una società, di un modo di essere e agire. Lilli Fois, Roberta Perra, Dino Pinna, Giorgio Pinna e Caterina Scalas disegnano con gusto e simpatia un'epopea minore e sconfitta, ma colma di dignità. Dove forse non era poca cosa scrivere "Stalin" in fondo a un pozzo o rischiare la galera per sventolare una bandiera il primo maggio.
Roberto Cossu