l'UNIONE SARDA,
SPETTACOLI Tullio Saba è un personaggio in
carne e ossa. Per dirla con la madre, «è buono, è bello e non è stupido». Ma
soprattutto è un'idea. Un'idea di storia, di razza, di sogni e delusioni. Lo specchio dei
testimoni, di quelli che lo hanno conosciuto o avrebbero voluto conoscerlo, gente che ha
sentimenti da spendere, siano dolci
o velenosi. Tullio Saba esiste e non esiste. Ritraendolo, Sergio Atzeni ha disegnato
splendidi contorni, un ambiente, gli amici e i nemici. La vera storia del Figlio di
Bakunìn è la loro storia, il loro tempo. Che è il tempo di una rivoluzione mancata.
Dal libro alla rappresentazione, Tullio Saba indietreggia ancora. Si perde o si sublima
nelle volute enigmatiche di una ballerina, che sembra fissarne nell'aria le malinconie, le
passioni, i fallimenti. Sulla scena di Bakunìn (in questi giorni all'Isolateatro
di Quartu) resta e si ispessisce la folla reale, colta nei ricordi, ma soprattutto nella
sua carnosità: piccinierie, invidie, eroismi, affetti. Il regista, Gaetano Marino, ha
lavorato su questo materiale, intrigato probabilmente dalla ricchezza e dalla freschezza
dei personaggi che ruotano attorno all'immagine di Saba. Non ha neppure resistito alla
tentazione di "caricarli", di "riempire" i caratteri, che Sergio
Atzeni tratteggia invece al volo, con poche pennellate, sospendendoli tra i frammenti
delle testimonianze. Scelta teatrale, che forse dirada l'indecifrabilità del testo,
l'affascinante ambiguità di fondo, ma accentua il realismo. È come se si fossero accese
le luci anche dove l'autore voleva la penombra. Il risultato? Godibile. Dolores Murtas, la
moglie di Ottavio, la serva innamorata, il carabiniere, il "signorino" che non
si sposa perché «deve ancora nascere quella che mi fa cornuto»: sono personaggi
tagliati con precisione e spesso ridicolizzati. Dolores, ad esempio, sconta i suoi
pettegolezzi sulla "vanitosa" famiglia dei Saba con un'eco da gallina
starnazzante. Mentre c'è una corrente poetica tra quanti ricordano quegli «occhi colore
di buccia di nocciole, con piccoli spicchi verdi, dentro, colore di erba a maggio». Dalla
selezione dei personaggi e degli episodi affiora una lettura personale che vale una
sentenza, o almeno una decisione tra i tanti volti del protagonista invisibile. Minatore
arrabbiato, cantante, sciupafemmine, idealista, anarchico, comunista: Tullio Saba è
comunque un eroe positivo. Un peccato da scontare. L'adattamento non commette l'errore di
cucire un racconto sulla frammentarietà del testo. Le luci (di Luca Lai) accendono
episodi, mini-narrazioni, opinioni, che si intrecciano a spezzoni registrati (la voce di
Ulisse Ardau) e resta così l'incompiutezza della storia. Se c'è un filo che tiene
il tutto, è la danza: le coreografie di Ornella D'Agostino sottolineano i passaggi più
intensi, la morte in miniera, il palpito del cuore. Costruiscono un ritmo sotterraneo, ma
talvolta sembrano altro, una storia diversa. L'amalgama non è perfetta, forse perché non
sempre è chiaro l'obiettivo. Sono spericolate anche le colate sanguigne da Bellas
Mariposas, divertono comunque. D'altra parte, Bakunìn dà l'impressione di un work
in progress, sul genere Delitti esemplari di Aub, la precedente esperienza di
Marino. Il che spiega, qui e là, certi cali di tensione. L'intuizione più convincente è
sicuramente la scelta degli Olata: un'interpretazione appassionata, corale, e soprattutto
un linguaggio che, dalla limba all'italiano "sporco", conserva il pregio
maggiore del romanzo di Atzeni. La parola come carattere, timbro di una società, di un
modo di essere e agire. Lilli Fois, Roberta Perra, Dino Pinna, Giorgio Pinna e Caterina
Scalas disegnano con gusto e simpatia un'epopea minore e sconfitta, ma colma di dignità.
Dove forse non era poca cosa scrivere "Stalin" in fondo a un pozzo o rischiare
la galera per sventolare una bandiera
il primo maggio. |