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La Nuova Sardegna
pagina spettacoli
03.04.1997
Il figlio di Bakunìn, di Sergio Atzeni
Storia e utopia, sorelle in eterno conflitto

Il figlio di Bakunin», il romanzo di Sergio Atzeni pubblicato nel 1991 dalla Sellerio, ha in sé una strutturale vocazione alla teatralità. Composto di testimonianze che rivelano la psicologia e il carattere dei personaggi riporta alla tradizione della narrazione orale, con la sua capacità, come. sottolinea lo stesso autore, di "infavolare" il vero, rendere leggendari e dunque narrativamente reali i fatti. Questa forma monologante rivòlta al lettore può plausibilmente essere proposta allo spettatore con altrettanta efficacia. Una giusta intuizione ha guidato dunque il regista Gaetano Marino nella messinscena - con gli attori della Cooperativa Teatro Olata - di Bakunim, nuova produzione del Canovaccio presentata avant'ieri all'IsolaTeatro (in replica sino a mercoledi, con inizio alle ore 21,30). L'adattamento (firmato sempre da Marino) ha dato luogo a uno spettacolo ricco di spunti e composito nella commistione di generi, dalle invenzioni del teatro povero ai toni genuini della commedia dialettale, fino alla intrigante ricerca della danza contemporanea. A Ornel1a D'Agostino è stato affidato infatti il ruolo di figura evocatrice delle testimonianze (traduzione sulla scena del personaggio dell'intervistatore) che la danzatrice assolve in maniera suggestiva, innestando l'indagine antropologica sul mondo popolare sardo con la propria ricerca artistica, intrecciando e descrivendo con ricca gestualità le emozioni evocate dalla vicenda. Gli attori, in scena dall'inizio come per una dimostrazione di lavoro entrano ed escono da fasci ai luce che contornano i personaggi, interpretando le testimonianze e nel contempo evocando la vita dell'intero paese. Cosi ogni monologo si innesta nel contesto di dicerie, maldicenze, sincere emozioni e appassionate polemiche, ritmato dalle azioni quotidiane, del lavoro nei campi e in miniera, dei riti religiosi in chiesa o in processione, delle serate in osteria per gli uomini, delle riunioni domestiche femminili. Interventi registrati evocano le voci dei “veri” testimoni, dando il via alle interpretazioni degli attori. Il gioco imposto allo spettacolo, un continuo disvelamento della finzione scenica in chiave ironica, se da una parte è fedele al romanzo nell'evitare toni nostalgici e elegiaci, si sbilancia qualche volta alla ricerca dell'effetto comico. Così il registro grottesco, dosato in un raffinato equilibrio poetico da Atzeni, risulta nella scelta interpretativa troppo esplicito. Il rischio caricaturale è in parte sventato, grazie alla misura degli attori, ma comunque si avverte.
La riduzione teatrale, inoltre, interviene sulle "testimonianze" (giustamente selezionate e decurtate) con una ricomposizione che complica forse la comprensione della vicenda. La quale, ricordiamo, intorno alla descrizione contradditoria e leggendaria della figura e del destino di Tullio Saba, ricostruisce la vita dei paesani e del piccolo centro minerario a partire dagli anni '30 attraverso gli eventi delle epoche successive. A parte dunque qualche appunto sull'impostazione, lo spettacolo è decisamente godibile e ben orchestrato, altrettanto ben recitato e impeccabilmente diretto dal punto di vista tecnico (luci e suoni sono curati da. Luca Lai). Un plauso sincero va dunque al regista Gaetano Manno, agli attori Lilli Fois, Roberta Perra, Dino Pinna, Giorgio Pinna e Caterina Scalas, e all'intero staff del Canovaccio per lo sforzo organizzativo e produttivo.
Roberta Sanna