NUORO OGGI, luglio/agosto 1998 Un uomo è una geografia di immagini, di luoghi e sentimenti, ridisegnata da una comunità, nell'orizzonte della sua comunità. Non sfugge a questo destino Tullio Saba, detto Bakunìn, la cui verità storica e letteraria (Il figlio di Bakunìn di Sergio Atzeni è stato pubblicato da Sellerio nel 1991) si sovrappongono. La ricostruzione toponomastica della personalità e del corpo storico di "Bakunìn" Saba è affidata, nell'opera dello scrittore sardo (morto prematuramente nel 1995), all'intreccio narrativo di voci e figure, un corteo di uomini e donne che insieme ricordano e riportano all'esistenza fantasmatica il "minatore, compagno, un po' matto" quasi dimenticato. Prodotto da Isolateatro, il "Bakunin" teatrale (adattato per la regia di Gaetano Marino) lavora sulla materia viva della scrittura di Atzeni: luci, movimenti e suoni strappano all'unità di luogo dello spazio scenico l'isolamento sonoro della parola. Essa viene riportata alla dimensione di clangore e di filtro che interpreta i fatti del passato restituendoceli su strati di ricordi, perché, come scrive Atzeni, "sui fatti si deposita il velo della memoria, che lentamente distorce, trasforma, infavola, il narrare dei protagonisti non meno che i resoconti degli storici". La lingua spuria di Atzeni modella nella storia ritagliata dalla scrittura ritratti di uomini e donne che vivono l'immediatezza dell'esistenza con la sincerità del quotidiano, dove giocano le forbici dei sentimenti elementari, l'odio e l'amore, la gioia e il dolore, la noia e l'allegria. Ma anche la fatica di vivere e la dura prova materiale del sopravvivere, che costituiscono la forza di un destino somatizzato, ritornano nella viva ricostruzione scenica impastata di toni rossi e inchiostrata dal buio, tagliata da luci come si discendesse dal boccascena nelle viscere della terra anche quando è una sedia, sa cadira, a dominare il centro del palco casalingo. Gli attori (Lilli Fois, Ignazio Grecu, Roberta Perra, Caterina Scalas e Manuela Fiori) ci restituiscono alla prossimità, alla immediata vivacità linguistica del testo originale, arricchito da un congegno scenico riuscito ed efficace, forte di una meccanica artigianale millimetrica e dominata. Questo Bakunìn di Isolateatro, come anche il romanzo di Atzeni, maturano consistenza (come per una sorta di insostenibile leggerezza dell'essere, mutuando Kundera) grazie ad una assenza, alla sua aura, presente, ma con tutta la forza della sua assenza. A differenza del film di Cabiddu, che narra intorno a un corpo sottratto all'immaginazione della memoria - visibile per il nostro desiderio di visibilità - la trasfigurazione orchestrata da Gaetano Marino evoca le emozioni più profonde e interiori che la storia non cancella (e che nemmeno la tecnologia degli effetti speciali riuscirebbe a far rivivere): quelle che imbrividiscono i sensi emergendo in forma di sentimenti accantonati, ma non sepolti. E lo fa muovendo dalle parole, da un rapporto sonoro (intimamente etnico) con le parole, vere protagoniste del palcoscenico. Il Bakunìn, apparso a Nuoro il 21 maggio, può essere perciò definito a ragione una traduzione in teatro della forza della memoria. Il teatro (come anche il cinema) soffre oggi per una paralisi linguistica, incapace da solo di innescare narrazioni, figure, storie, poesia, anche a partire dai sogni dell'attualità. Forse bisognerebbe - come ha fatto Marino per questo lavoro - fare tabula rasa della "modulistica", farla in barba a Barba, sgrotowskizzarsi, mettere fra parentesi il già detto (o l'indicibile) per immergersi nel vissuto non ancora tramontato in participio passato; fingersi in balia del "come se il nulla fosse a un passo", proprio al limite della scena, abisso del futuro immediato, prossimo, incombente. Marino ha scoperto nel romanzo di Sergio Atzeni un modo nuovo di rovistare nella lingua, un magma di forme sonore che informano la nostra identità - l'uguale che delimita ogni nostra differenza. Forme che premono come pensieri sul cancello dei denti, vogliosi di camminare sulle labbra, di schizzare con la saliva, di perdersi nelle chiacchiere e nei pettegolezzi, di volare sulle note musicali del nostro primo ballo amoroso, di intingersi nel magazzino della memoria... Questa (e)versione teatrale del capolavoro di Azeni attraversa in questi mesi (maggio e giugno 1998) la provincia nuorese. E' una scommessa importante per Tullio Saba correre un territorio che insieme al fiume lavico della lingua sente eruttare forte un originale sentimento di identità storica in fieri (sottratto ai fragili e ridicoli provincialismi del "come eravamo puri"), nelle forme di un desiderio che non dimentica quello che siamo stati in questo secolo e quello che ci apprestiamo ad essere nell'immediato futuro. |