L'UNIONE SARDA, spettacoli Frammenti di un discorso. Non amoroso, però. Piuttosto una conversazione fra dolore e tenebre, un dialogo stravolto e febbricitante a più voci che diventa soliloquio straziante. E poi rumori, fruscìi, un vociare dove le frasi si impastano con il gracchiare di una radio sulle onde corte. E parole, naturalmente. Con l'intenzione dichiarata di rubare ai discorsi l'anima convenzionale - quella della sintassi, del significato, del filo rosso della logica - per restituirgliene un'altra: quella del suono puro, del tappeto sonoro senza ruggini semantiche, della naturalezza scarnificata dopo che il senso è stato fatto volar via. Sublimato. Sconcert per voci e suoni, tratto da racconti di Giulio Angioni e con la regia di Gaetano Marino - fino al 14 febbraio all'Officina Isolateatro, ore 21 - è (davvero a dispetto delle intenzioni?) spettacolo davvero compiuto. Dura quaranta minuti ed è un'opera finita. Tanto da far balenare il sospetto che l'idea di presentare il "primo stadio di una rielaborazione" sia un vezzo, un birignao teatrale che dà il respiro del lavoro in progress ed esenta in qualche modo da un giudizio definitivo. E allora ritmo, dunque, in una stanza buia rischiarata appena da una lanterna. C'è la didascalia animata di Marino, gran maestro delle cerimonie, che invita a non chiedere perché. Quel toccar tutto con una bacchetta, ascoltarne il rumore, è la legenda per affrontare il tour dentro questo turbinio di parole che si fanno teatro. È davvero una cartolina infernale la schermaglia fra madre e figlio, i silenzi a due che diventano concitazione a quattro. Roberta Perra, Lilli Fois e Caterina Scalas sembrano acchiappare nell'aria i brandelli di quest'angosciato scontro familiare. E Manuela Fiori sibila un mamma che sgomenta. Il buio schiarisce solo davanti alla solennità dolce del capraro (Francesco Grecu, agricoltore nella vita, maestoso non attore). Forse pensa ai pastori della Gallura, diventati miliardari quando volevano essere milionari, mentre racconta il mare. Ma è solo una sosta di pace in un diluvio di rumori cattivi, di apparizioni inquietanti. Fino all'agghiacciante presagio di Lune di stagno, la zia atteggiata a prefica che evoca quel Paolo Farris abusivo, assassino impunito ancorché noto. Quasi un monito, anche se cercar di capire è contrario alle regole del gioco, ai venditori di parole - quelle vere che vogliono avere un significato - che non pagano (mai) dazio. Fuor di metafora teatrale. L. P. |