HP

L'UNIONE SARDA, cultura
13-10-99
Il contadino-attore, mattina nei campi e la sera sul palcoscenico di Isolateatro

DAL NOSTRO INVIATO
Sanluri Sembra niente dire il mare. Ma poi prova a raccontarlo, magari con le parole di Giulio Angioni. A recitare un beh che non sembri un belato, a far filosofia su un palcoscenico con una platea davanti. Pacato, come da copione, ma solenne. Eppure Francesco Gregu, che compie settant'anni il 21 gennaio e nella sua vita ha sempre fatto l'agricoltore, non l'ha trovato difficile per nulla. Che sarà mai far l'attore dopo che hai dissodato la terra e portato l'acqua e zappato e quant'altro?

La sentenza è definitiva: abile, arruolato. Gaetano Marino, di Isolateatro ha naso lungo e antenne sensibili. Nota questo signore piccoletto, con gli occhi saettanti nascosti dagli occhiali, padre di un giovane attore della compagnia teatrale. Ha la battuta pronta, parla seguendo un filo che è solo suo ma in cui puntualmente ritrovi la logica. Marino gli fa gentile omaggio di un copione: «Provi a leggerlo, vediamo che succede». Il risultato è che oggi, quando non ci sono campi da innaffiare, Francesco fa un'allegra spola fra Sanluri e Cagliari. Lavora in campagna al mattino, prove a teatro la sera. Con un piccolissimo rammarico in fondo al cuore: «In verità a me piacciono, anzi credo di essere più portato, i ruoli divertenti. Balanzone, Pinocchio». Siccome nulla è certo, e le sue dieci vite glielo insegnano tutti i giorni, chissà che domani non salti fuori una parte da giullare. Per ora fa Sconcert, costruito su frammenti tratti dai racconti di Angioni.

«L'attore? Non so se faccio l'attore, anche se recitare mi piace». Si schernisce questo gagliardo settantenne che indossa la felpa più bella per ricevere gli ospiti. Leggere e scrivere però, ammette, sono una passione da sempre. «Sono sempre stato il primo della classe, anche se andavo a scuola una volta alla settimana». C'era da lavorare la terra, oggi come allora, e un papà che aveva bisogno anche di questo bambino che voleva stare sui banchi. «Mi alzavo all'alba e quando sentivo la campanella della scuola mi scendevano le lacrime, sapevo che i miei compagni stavano entrando in classe e io non potevo esserci. Ogni tanto mio padre mi guardava e mi diceva vai a scuola, vai se vuoi andare».

L'idillio però s'interrompe con la quinta elementare. La madre si ammala, i quattrini che la famiglia aveva messo da parte («un milione, quando bastavano 250 mila lire per costruire una casa») si spendono nelle cure di una malaria che non c'è. Finiti i soldi, si vendono i terreni. «Ci abbiamo rimesso tutto. A quel punto ho iniziato a fare di tutto, portavo la legna in paese dai monti di Siliqua e Vallermosa oppure le pietre che dovevano servire per il selciato o l'acqua dalle fonti per il paese». Ride quando ricorda un piccolo cavallo della Giara con un piccolo uomo alla guida e un enorme calesse carico di fascine. Poi di ritorno da uno di questi viaggi c'è l'evento che gli cambierà la vita: «Urtando un altro calesse, il cavallo s'imbizzarrì. Siamo rotolati giù per la scarpata, era morte sicura». E invece è un miracolo: tutti salvi, calesse compreso. È la chiamata, una vocazione irresistibile che lo fa partire fra i padri Mercedari in un battito di ciglia, è avviato verso un destino da prete. «Invece dopo dieci anni ho chiesto al vescovo di sciogliere i voti, non era più la mia strada».

Nuovo abito, nuovo cammino. Il rientro in Sardegna gli fa incontrare la moglie, Lucia, piccolina anche lei e con un'irrefrenabile tendenza alla battuta caustica. Partono per il Piemonte, «domestici in coppia nelle case dei poveri miliardari». Lavorano dagli Agnelli, in ville dove il personale di servizio è composto da 35 persone. Grandi ricevimenti, lui maggiordomo, lei guardarobiera. Poi, vent'anni fa, il ritorno a casa. «Volevamo vivere qui, io ho preso un pezzo di terra a mezzadrìa perché quel che mi era rimasto dell'eredità di mio padre l'avevo venduto per far studiare i miei figli». Aprire un capitolo chiudendone un altro sembra un gioco da ragazzi: «Basta volerlo». E allora si torna alla campagna, ai carciofi e ai pomodori: figli all'Università, lui chino a diserbare. Finché non gli piove in casa quel copione, il capraro-filosofo secondo Gaetano Marino. E il debutto? «Paura no. Solo un poco di emozione, qualche vuoto d'aria». E a sorpresa, nel primo spettacolo in cui la moglie è fra il pubblico, canta la canzone che le aveva scritto per conquistarla. Rinascere a teatro? «Questo non lo so, certo recitare è più leggero del picco. E poi mi ha dato linfa, nuovo coraggio, non è mai troppo tardi per ricominciare». Anche perché ti fa sentire il doppio. E quando guarda Beautiful adesso riconosce che recitano dei cani. L. P.