LA NUOVA SARDEGNA,
spettacoli Di Daniela Paba "Scòncert per voci e suoni", babele ininterrotta di parole e rumori, senza pause, senza silenzio. Metafora di questo tempo dove l'importante è seguire un ritmo, non fermarsi mai. Lo spettacolo, ultima produzione di Isolateatro in scena fino alla scorsa domenica nella sala di viale Fra Ignazio 52, accompagna gli spettatori dal foyer in sala, guidati dalla bacchetta del regista, nel ruolo esplicito del direttore di scena, con una raccomandazione: "Cercate di non voler capire a tutti i costi. Il non capire, a volte, aiuta." E in realtà non c'è molto da capire, c'è invece da ascoltare, guardare, riconoscere. Il testo scenico si appropria, come debole traccia, di nuclei narrativi e frammenti tratti da racconti diversi di Giulio Angioni, "Lune di stagno, Il Sud, Il Mare, Contrizione, Sorella". Ma quello che conta non è la storia; in teatro quello che conta è il dire e l'agire. Così i frammenti si ricompongono in scene, animate di voci, luci, rumorismi seguendo elaborazioni musicali di Alessandro Olla. Il regista Gaetano Marino percorre la scena con la sua bacchetta, controlla la scenografia, traccia segni di luce mentre si avvicendano conversazioni registrate, rumori di folla, il canto "Anninnia" delle madri sarde, un fantoccio di bambino piomba in scena dove tornerà più volte, evocato sotto forme diverse. Quattro donne - Manuela Fiori, Lilli Fois, Roberta Perra e Caterina Scalas - disposte a croce raddoppiano il dialogo tra madri e figli, ossessivamente svolto intorno all'esigenza infantile di sentire una storia, sempre quella. Di sapore Beckettiano, scandita da fogli bianchi cadenti man mano che la recita continua, innesca un crescendo sempre più concitato di urla che all'apice si smorza d'improvviso. L'unica scena narrativa è affidata al monologo di Francesco Grecu che racconta "Il Mare" in un duetto col regista che dando le spalle al pubblico dà i toni e le battute in una cornice da festa paesana, sottolineata dal filo di luci appese. Nel duetto popolare il mare è "acqua che non serve", "per noi è traditore. Meglio guardarlo da quassù", "però, se non ci fosse, mi dispiacerebbe", il vecchio capraro racconta così, con aperta ironia. Ossessioni domestiche, urla reiterate, incubi femminili si agitano dentro uno schermo plastico. "Scòncert" segue quindi un ritmo segnato di suoni e luci, di immagini suggestive create con pochi elementi, un sipario, la diapositiva di un Caravaggio, delle sagome umanoidi per rendere una babele omologante che mescola etnico ed elettrico. Perciò ci sta bene il volto testimone che denuncia l'omicidio di Paolo Farris, guardia giurata dello stagno, l'angoscia e il riso messi a confronto. Sul diario di un millennio che fugge l'avanguardia lascia tracce inconfondibili e la sperimentazione diventa linguaggio nella produzione nostrana. |