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L'UNIONE SARDA, SPETTACOLI
24.05.2000
Lettera aperta
“Isolateatro” muore strangolata da debiti e burocrazia


Carissimi, sono passati tre anni da quel dì, quando alcuni eventi inaspettati contribuirono a far saltare tutti gli schemi aziendali, progettuali e tecnici dell’Associazione, lasciando incubare quell’agonia che oggi porta alla chiusura dell’Isolateatro. Certo, ora forse dovremmo motivare il perché di tale triste sorte, in tanti ce l’hanno chiesto sconcertati, ma né allora né oggi siamo capaci di rispondere. L’unico dato certo è che l’Associazione Isolateatro non è più in grado di assolvere gli impegni amministrativi, finanziari e gestionali della propria struttura: tagli ingiustificati delle risorse finanziarie, due anni di stipendi arretrati e una montagna di debiti insoluti hanno determinato un disastroso e irreversibile declino. Adesso, nostro malgrado, siamo costretti a lasciare a chi, di competenza, avrà il piacere di sciogliere l’enigma; noi non ne siamo più capaci. Quando nel millenovecentosettantotto cominciò l’avventura, a nessuno di noi era stato predetto che ci saremmo dovuti occupare per lo più di partita doppia per realizzare il nostro lavoro. Non pensavamo alla possibile aziendabilità di Pirandello o di Kafka o di Atzeni. E credevamo, incoscienti e presuntuosi, di dover trascorrere giorni e notti interrati in uno scantinato, un garage - sì lo sappiamo che se dicessimo cantina suonerebbe più romantico, ma noi a Pitz’e Serra stavamo - per tentare di costruire un teatro un po’ artigianale e un po’ folle, che soprattutto non annoiasse il pubblico. Questa era l’idea. Questo ci interessava e ci interessa ora più che mai. Quando alcuni anni fa la Regione ci ha chiesto di dare alla struttura dell’Associazione Isolateatro una forma imprenditoriale, pena l’esclusione dai finanziamenti pubblici, noi abbiamo seguito le istruzioni: struttura stabile, assunzioni, impegni finanziari notevoli per i quali si esigeva l’esposizione personale da parte dei soci fondatori dell’Isolateatro. Ingenuamente non ci siamo resi conto di una questione fondamentale: l’inesistenza di una legge, e di conseguenza la mancanza di uno stato di diritto che garantisse certezze. Da cui il pericolo di un rischio semi-imprenditoriale in assenza di un utile imprenditoriale. In poche parole ci dissero: tu impegnati seriamente, se però qualcuno taglia sono affari tuoi. Insomma, la nostra amarezza più grande è forse la mancanza dell’illusione di un diritto di replica, rimane solo il Limbo coi nostri sogni e il nostro lavoro; il resto è silenzio.
Gaetano Marino, Isolateatro