| ANIMATEATRO novembre 2002 DIARIO DI LABORATORIO DA DONNA VINCENZA A GONARIA, ALLA RICERCA DELLA VERITA' La lingua dei suoni indiscreti era il titolo del laboratorio condotto da Gaetano Marino, dall'aprile 2001 al giugno 2002, presso l'E.R.S.U., dell'Università di Cagliari. Portato avanti con 14 ragazzi, il lavoro era basato sulla struttura del sentimento di donna Vincenza, personaggio tratto dal romanzo di Salvatore Satta, Il giorno del giudizio. Da quell'esperienza Alessandra Casu, Francesca Lai, Elena Morando, Andrea Mura, Mattia Piano, Carla Tinti ed Elisabetta Vacca, hanno deciso di proseguire con il regista di Isolateatro il percorso intrapreso, fondando un comitato studentesco, Lamberto Teatro. Il proseguo dell'iniziativa culminerà 1'8 novembre con un intervento teatrale, Gonaria: Sogno, ma forse no, a chiudere la penultima giornata del Convegno internazionale di studi su Satta. Un altro personaggio dello stesso libro, dunque, analizzato a partire dalla sua, e non sulla sua, storia. Madrina di battesimo dello scrittore, Gonaria, viene descritta come donna di eccessiva devozione religiosa: innamorata di Dio... perché viveva innamoratamente nel sogno. Il sogno era il titolo di vescovo che il fratello prete, con cui abitava, stava per conseguire; e lei con lui realizzava così l'aspirazione di vivere accanto al Padre Celeste: perché un canonico è più vicino a Dio. Il fratello morirà e lei, sentendosi tradita da Dio, perderà la ragione. Gli attori non interpretano dei personaggi precisi, bensì dei fantasmi, dove tutti fanno tutto, perché Gonaria... Aveva amato il creatore come una creatura, e adesso la sua creatura si rivelava un fantasma, o peggio una realtà crudele Gaetano definisce il laboratorio teatrale: un luogo un po' sospeso in cui si gioca e si cerca. Un luogo in cui ci si smarrisce. E per descriverlo ci smarriamo anche noi. Il regista accende la radio e parte un tappeto sonoro che durerà quanto la performance. Tutti ascoltano: il tempo si ferma. Lui inizia a leggere davanti agli allievi seduti, l'uno a fianco all'altro, ad un lungo tavolo rettangolare impedendogli, così, di interagire. Se potessero, visto che non possono staccare gli occhi dal copione: Non fate l'errore che fanno tutti gli attori dilettanti quando, ancora senza memoria, provano le battute e non guardano il testo. Chiede un immersione totale nella parola letta e sprona all'improvvisazione: se prima non la dici quella battuta non capirai cosa devi e non devi dire. E, così, il testo si taglia da sé, pian piano che la voce degli attori capisce cosa deve fare. Un lavoro di nervi e cuore: Gaetano fa sentire cosa vuole e fa ripetere le battute ai suoi con insistenza; una volta trovata l'intonazione e l'emozione giusta allora tutti in piedi a cercare i movimenti. E tutto si fa. I suoni accompagnati dai gesti sono più veri. E' una continua ricerca. Se l'allievo è impacciato, non è convinto di quel che dice, spetta alla guida fare le domande giuste: Chi sei? Dove ti trovi? Cosa stai facendo? Questa non è una scuola di recitazione: ti trovi in mezzo ad una situazione. Falla! Vuole la verità. Dovete incalzare con le battute. Non ci deve essere nessun romanticismo in quello che dite. Storpiamo e poi aggiustiamo. Prima il divertimento e poi la pulizia. E allora si divertono. Si può anche chiacchierare, durante i break, ma quando si lavora, la serietà è d'obbligo. Gaetano stimola e fa pure arrabbiare: Cosa hai detto? Non voglio Shakespeare. Torna te stessa. Prendi la tua vita, non quella degli altri. Ditemi le cose per farmi ridere, come se fosse una ''pigada po culu". Dovete essere volgari e, così, la gente dirà: questa è una tragedia. Di nuovo. Ripetiamo tutto: vi faccio venire la nausea. Ve le dovete sognare di notte queste battute. Un vero sergente di ferro, usa pure il fischietto, ma è di una simpatia travolgente. Manipola, si, i suoi attori ma a scopo didattico: Fate come vi dico, vi faccio vedere come si costruisce il suono. Fa il direttore d'orchestra, dà il ritmo, che poi è il compito di ogni buon regista. E poi chiarisce: Non è che adesso stiamo cercando il ritmo che ci sarà in scena: stiamo cercando l'anima del ritmo. Iniziate a dire le battute quando chi vi precede non ha ancora finito di dire le sue. Ci penserà il tempo, dopo, a dilatare tutto. E il laboratorio va avanti come un concerto creando grande aspettativa verso la serata finale. IL TEATRO SECONDO GAETANO MARINO REGISTA IN SCENA: In scena, io, faccio il guastatore. Voglio semplicemente che gli attori abbiano la sensazione di non potersi mai rilassare. Non devono avere nessuna certezza. Ostacolerebbero il lavoro che stiamo facendo sulla lingua dei suoni indiscreti. Voglio essere una specie di inquietudine, di paura, di terrore. Un guastato re che rovina i loro piani. LA SPONTANEITA' DEGLI ATTORI: Il mio ruolo di regista, guastatore in scena, è legato alla ricerca di spontaneità. Durante le prove e, tanto meno, in scena non costruisco ma smonto: levo agli attori certi abiti che magari possono stargli bene ma sono stretti. Devono, semplicemente, giocare la partita usando il loro corpo e la loro voce. Se si crea un artificio non si può parlare di verità. Io, per quanto riguarda il teatro, questo è opinabile e soggettivo, non credo nelle discipline. Le discipline levano la verità, non aiutano a scoprirla. Non credo nella scienza dell'attore che medita, riflette e ricerca. L'attore deve, semplicemente, mettere sulla scena o sul tavolo quello che ha. È questo che deve essere valorizzato: pregi e , soprattutto, difetti che diventano poi originali. Essi, infatti, sono propri di ciascuno di noi e, dunque, non si uniformano agli altri. I difetti, così, diventano un pregio. ROMANZO E TEATRO: In un romanzo vi è un rapporto, uno a uno, tra lo scrittore e il lettore. Nella lettura di un romanzo hai tutto il tempo di sfogliare, aprire, saltare e fare quello che vuoi. Tendi, dunque, a portare dentro di te gli stimoli e le sensazioni che ti può dare la parola scritta. Questo dipende dalle capacità dello scrittore di saper creare un immaginifico. In teatro è esattamente l'opposto: la parola detta deve diventare parola-azione: una parola in grado di rappresentare, a volte, anche quattro cartelle di un romanzo. Il lavoro teatrale sta tutto lì: trovare l'unicità di una parola che è quella giusta, al momento giusto e al posto-giusto. |