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L'UNIONE SARDA, biblioteca dell'identità
30.05.2003
GONARIA. SOGNO, MA FORSE NO
CACCIA ALL'ASSURDO

Per un artigiano del teatro scrivere sulla "teatralità" de "Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta è una "ardua impresa": i teatranti si confrontano con la parola detta e non scritta. Inoltre ancora oggi, dopo anni di studio sul romanzo, tutto rimane confuso. Devo confessare che ad un certo punto del mio lavoro, assalito dallo sconforto, avevo pensato di abbandonare "il giorno del giudizio", per dedicarmi all'altro meraviglioso romanzo-diario di Salvatore Satta "La veranda". Il racconto si presentava più completo e teatrale, dopo averne trascritto i dialoghi appariva perfetto. Ma il nostro lavoro è una scommessa infinita con l'irrazionale e l'immaginazione. La mia appunto è stata una scelta irrazionale dettata dalla curiosità nei confronti di un testo inaccessibile e sfuggente quale si presenta "Il giorno del giudizio". Oggi non sono in grado di dire se quella sfida sia stata vinta o no, ma molti giovani spettatori si sono avvicinati alla lettura delle opere del Satta con entusiasmo. E questa mi sembra una grande conquista.
Ho sempre cercato nel mio lavoro di frequentare gli autori messi in scena indossando i panni scomodi e intriganti del rompiscatole, ponendo agli scrittori tre domande: chi sei, come e cosa pensi e, soprattutto, quali sono i punti fragili della tua opera. Con il Satta non c'è stato niente da fare, ogni schema di lavoro è stato compromesso dalla sua perfida e astuta penna.
L'avventura è cominciata nel 1997 ed è approdata nel novembre del 2002 con lo spettacolo "Gonaria. Sogno, ma forse no", prodotto in collaborazione con l'associazione Portales e sotto il patrocinio dell'Università degli studi di Cagliari.
Cinque anni di ricerca: letture delle opere del Satta, oltre che di autori da lui preferiti e di studi critici sulla sua opera; spericolate indagini e interviste sul campo (tutti sappiamo della "simpatia resuscitata" tra i nuoresi dopo la pubblicazione del manoscritto, e di conseguenza le frequenti reticenze di parenti e amici che hanno avuto qualche legame con i personaggi del romanzo); itinerari sui luoghi del romanzo e infine, sperimentazione sulla scena di alcuni frammenti dell'opera -coadiuvato da attori professionisti e studenti dell'Università di Cagliari-.
Pur avendo frequentato la scrittura di altri due autori sardi: Sergio Atzeni e Giulio Angioni, ricavandone importanti suggerimenti legati alla memoria emotiva, niente che non fosse già svelato sulle pagine del romanzo riusciva a darmi una nuova chiave di interpretazione. E si capisce il perché: davanti a uno scritto che spiega tutto e il contrario di tutto, il Satta si diverte a menarti per il naso in un labirinto senza uscita. Svelando unicamente la probabile non-esistenza dei fatti e dei personaggi.
Di fronte a un capolavoro della letteratura europea così severo, complesso e ingarbugliato; si può sperare di ricavarne la verità? Verità dei sentimenti, elemento fondamentale per il lavoro di un teatrante. La prima sensazione è di profonda frustrazione: il romanzo sembra assolutamente inattaccabile, non si scopre e non si nasconde: un'inquietante sensazione del nulla. Una valanga di parole, sentimenti e grida si riversa d'improvviso e resta solo un profondo silenzio senza speranza. Perché tutto appare senza speranza. Ne "Il giorno del giudizio" l'unica vera protagonista è la morte: il Satta stesso avrebbe voluto distruggerlo "...non è cosa di questo mondo"… confessava a un suo carissimo amico e collega.
Qualcosa doveva comunque emergere tra le righe del romanzo, qualcosa che svelasse un punto di partenza e di accesso, un cedimento della memoria dello scrittore, un refuso che mostrasse dettagli sui personaggi e sui luoghi... nulla, assolutamente nulla!
Dopo aver letto e riletto il romanzo mi soffermavo spesso su due frammenti: il primo nel capitolo 12°: "...La difficoltà più grande che io trovo in questo ritorno al passato e quella di mantenere le prospettive." Il secondo nel capitolo 20°: "...Il nascere ad esempio del pensiero dalla profondità dello spirito,… è effettivamente un miracolo, solo che, se uno si ferma a contemplarlo, non riesce a scrivere una lettera." la difficoltà del ricordo quindi, dove il Satta sembra dire: io provo a ricordare pur non riuscendo a mantenere una logica nello scrivere e nel frattempo scrivo cercando di non pensare. Ci troviamo di fronte ai soliti e numerosi "opposti" del romanzo.
Ma che cos'è il teatro se non l'incontro fatale degli opposti? Oserei di più dicendo che siamo di fronte all'assurdo, e in questo il Satta è un recidivo, così descrive la sua vocazione per il diritto: "Mi precipitai per le scale, mi slanciai felice nella notte. Avevo trovato la mia vocazione, avevo trovato l'assurdo". E l'assurdo è stato il movente del mio lavoro.
L'assurdo ha svelato la verità dei personaggi: bisognava toglierli dalla scena originaria, evitare di riproporli così come il Satta li aveva fissati sulle pagine. A questo punto uno scontro diretto con l'autore era l'ultima cosa da farsi: è il giuoco stesso che egli compie nei confronti dello sventurato lettore spostando di continuo la centralità del racconto. Ho cercato così come un alchimista quel sentimento celato e inconfessabile dei personaggi, non dichiarato ma camuffato tra le righe.
Per la mia messa in scena ho scelto uno dei personaggi più affascinanti e sensibili: Ignazia, pardon, Gonaria. Questa triste figura, tra i numerosi personaggi dipinti dallo scrittore, emerge in ben quasi due capitoli (12°-18°). La mitica "zia" Gonaria. La santa non santa "…Non si può diventare santi senza un'organizzazione…" che viene descritta quale "Vergine per assoluta vocazione… e innamorata di Dio…" Si tratta di un grande atto d'amore da parte del Satta (in verità tra i pochissimi del romanzo) dedicato all'esilissima madrina che lo aveva tenuto a battesimo.
Affidandomi alla descrizione che ne fa il Satta: "…mi ha stretto le ginocchia, come io da bambino stringevo le sue, mi ha chiesto disperatamente la carità …" "…Perché zia Gonaria era piccolissima di statura, e ancor più piccola sarebbe sembrata se non avesse avuto un corpo perfetto sotto gli abiti neri, e un viso angelico sotto il grande fazzoletto bianco che le stringeva la testa come una benda…."
Nella mia messa in scena mi sono chiesto quale fosse il sentimento reale dello scrittore. Il sentimento: parola ingombrante e a volte scomoda. Ho voluto essere scomodo pure io. Zia Gonaria, la martire, le sue parole mi sono apparse come frecce di dolore conficcate nel suo fragile corpicino. Una specie di San Sebastian al femminile, dove ogni frammento di scena, ogni passaggio del testo letterario è sottolineato da forti presenze sonore di rumori di grida e di musica sacra, levando la parola viva agli attori e affidandola alla potenza tecnologica degli amplificatori. Infine, Zia Gonaria, la diva che si prepara per il gran finale, una parata di fine d'opera con tanto di spot pubblicitario. …chiuse la porta…e scese le scale. L'idea della fuga si era impadronita della sua mente. Non era più possibile restare nella casa dove Dio era morto. Follia dunque, o meglio, l'assurdo. D'altronde lo stesso Satta ce lo ricorda: -...Ma il sogno e la realtà non fanno differenza-.
Gaetano marino