| SA REPUBBLICA SARDA AGOSTO - 2004 Gaetano Marino PROCESSO AD ANTIGONE L'arte della disobbedienza. Nella frenesia del nostro tempo sembra davvero lontano l'insegnamento che si può trarre dall'immenso universo della letteratura classica, e specie da quella greca. Talmente lontano che forse, occorrerebbe un'intera vita per riappropriarci a pieno di tutto quel vasto insieme di elucubranti opere e significati che l'intelletto dell'uomo antico è riuscito a concepire meravigliosamente. Un patrimonio di valori e ideali che in apparenza sembra ormai scomparso dai nostri giorni, remoto di epoche tramontate, ma che per assurdo resiste ancora immutato e attuale, senza che la storia possa averlo cancellato. E basterebbe fermarsi ogni tanto, per provare a scorgerlo al di là di ogni effimera apparenza materiale, cosi da ritrovarlo dentro di noi come la più autentica essenza del nostro essere uomini. Ritornare ai classici, e riscoprirne vivo e presente il loro insegnamento, è un modo di confrontarci con noi stessi, fare i conti con tutto ciò che involontariamente sfuggiamo nello sguardo sul mondo, ripulendo la nostra mente da ogni ingannevole passatempo che distrae il nostro odierno vuoto. Fortunatamente c'è sempre qualche valida occasione per riavvicinarci a questo percorso, soprattutto se poi è col teatro che si crea occasione; a dimostrazione che l'arte oggi più che mai assolve, in ogni sua espressione, all'insostituibile funzione di rigeneratore delle coscienze e degli entusiasmi collettivi. E' cosi che a Cagliari, lo scorso mese, nell'ambito del convegno dedicato alla tragedia sofoclea "l'Antigone" (organizzatosi nei locali della facoltà di Lettere e Filosofia, a cura del Dipartimento di Filologia Classica, Glottologia e Scienze storiche dell'Antichità e Medioevo), ha avuto luogo la rappresentazione scenica della medesima tragedia, quale compimento di un programma di laboratorio teatrale realizzato dagli studenti dell'Università cagliaritana. La più antica, fra le cosiddette tragedie tebane, l'Antigone di Sofocle narra il triste destino della figlia di Edipo, la quale, dopo la morte in duello dei due fratelli Eteocle e Polinice, decide di seppellire quest'ultimo, benché l'editto del tiranno Creonte lo vietasse severamente. Arrestata, e condannata ad essere sepolta viva, Antigone, nonostante la difesa di Emone figlio di Creonte, invaghitosi di lei, troverà la morte impiccandosi con il velo della sua stessa veste. Nel tempo luminoso dell'Atene del V sec.a.c, allora guidata dal "democratico" potere di Pericle, il dramma dell'Antigone si fa portavoce dell'accorto appello sofocleo: il ritorno dell'uomo alla coscienza della superiore volontà divina contro l'arroganza di un ingegno che presto avrebbe lacerato la nuova società ateniese. E nel contempo, il simbolico scontro fra Antigone e Creonte: emblema dell'opposizione fra l'eterna legge divina, e l'incondizionata autonomia dello spirito umano, oltre che l'irrisolta opposizione fra famiglia e stato. Cosicché, ad un Antigone ferma e determinata nella sua visione del mondo e nell'eroicità del suo gesto, corrisponde all'opposto il tracollante destino di Creonte, che teso a riformare il potere e la società secondo nuove leggi ormai lontane dalla tradizione, cadrà da una posizione di supremazia ad un totale annientamento, e riconoscimento delle sue colpe. E' evidente come la questione aperta da Sofocle, benchè trascorsi oltre venticinque secoli, contempli in se parecchi quesiti: lo stato, la famiglia, i pericoli di un cieco progresso, l'amore, la morte, la legge degli uomini, quella divina e altro ancora. Quesiti tuttora validi perché di fronte alla sua odierna rappresentazione se ne possa uscire arricchiti e stimolati nel pensiero. Ancor più se la formula di messa in scena non segue una consueta e tradizionale impostazione. Così come è avvenuto nell'originale scelta registica di Gaetano Marino, che nel condurre la tragica rappresentazione, recitata compostamente da un affiatato gruppo di studenti cagliaritani, ha voluto non solo riproporre il dramma sofocleo, ma bensì affidare allo spettatore la possibilità di cambiare il destino di Antigone attraverso la realizzazione di un processo incentrato sul seguente dilemma: la giovane eroina di Tebe, seppellendo il fratello Polinice, ha fatto bene o no a trasgredire l'editto del tiranno Creonte? E' colpevole o innocente, è giusto o no che debba morire? Un'idea che rende partecipe il pubblico e non permette di restare indifferenti di fronte al dramma rappresentato. Del resto è esattamente questo il tratto più riconoscibile del lavoro di Marino, che mosso da una naturale predisposizione per una "regia anarchica", relega a un piano secondario il fine spettacolare della tragedia. Nessuna esibizione tecnica attoriale del sentimento tragico, ma piuttosto una recitazione sperimentale e a tratti informale, specie nella semplicità della pronuncia degli attori; fatto che valorizza ancor più la resa emotiva, conferendo alla rappresentazione una veste di chiarezza e autenticità, alla portata dei tanti. Nessun virtuosismo registico, così come nessun impianto scenografico, sebbene la musica e il suono di Balestrazzi, Serra e Marino conferissero all'atmosfera della scena un ampio respiro e un'adatta sensazione di dramma. In questa direzione, si è articolato il lavoro dell'autore Marino e degli studenti, costruendo fin dall'inizio della sua preparazione un piano lavorativo composto da due gruppi di studio e ricerca: uno destinato alla scena (gli attori), sviluppatosi sino all'ultima apparizione di Antigone; l'altro relativo alla composizione e l'esecuzione della fase processuale (i processanti), con tanto di cancellerie e avvocati dell'accusa e della difesa. Il tutto sviluppatosi, come si evince dalle parole dello stesso autore, in una condizione di totale autonomia e isolamento dei due gruppi, affinché si evitassero contaminazioni e influenze nel reciproco lavoro. La conoscenza storica e filosofica è stata fondamentale nella realizzazione di tutto il programma, spiega Marino, e altrettanto lo sono state le lezioni di letteratura greca di Patrizia Mureddu, docente dalla quale è nata la proposta teatrale sull'Antigone. Ma ciò che colpisce in modo particolare è proprio l'idea del processo, e precisamente la possibilità per il pubblico di poter quasi intervenire direttamente sulla scena per mezzo di una sentenza espressa col proprio voto. Infatti, dopo la messa in scena del testo sofocleo, il pubblico, disposto sui due lati di un insolito spazio scenico, opportunamente sistemato nel locale dell'aula magna di magistero, ha assistito alla fase dibattimentale del processo, per poi votare a favore o contro della condanna a morte di Antigone. In altri termini ci si è avvicinati in questo modo all'ipotesi di deputare il giudizio e la ri-scrittura dell'opera allo spettatore contemporaneo; che convinto della possibilità di poter salvare la giovane eroina dall'atroce condanna, resterà come frustrato nella sua speranza, quando dall'annuncio di Ismene, sorella di Antigone, si scoprirà il tragico epilogo del suicidio. Insomma, l'illusione di cambiare la storia dell'eroina/martire svanisce di fronte alla funzione e allo scopo prettamente teatrali per i quali Antigone è stata concepita. Antigone deve morire. Ed è proprio la sua morte ingiusta che suscita la pietà e il terrore dello spettatore-individuo, il quale nel dolore sacrificale della giovane/eroina esce dal teatro diverso da come vi era entrato: purificato e rigenerato nel sentimento. E alla luce di questa vera e propria catarsi, non sarebbe stato dunque possibile realizzare lo sconvolgimento dell'opera, addirittura salvando l'eroina/martire dalla sua terribile sorte. Non avrebbe più consentito ne all'opera e ne alla rappresentazione, di ergersi come drammatico esempio per un'utile riflessione morale. Dunque, non vi sarebbe stato l'effetto catartico, per dirla secondo i canoni aristotelici. Ed è nella battuta conclusiva di Ismene, che si racchiude il senso più vivo della tragedia: "Abbiamo tentato di rendere giustizia ad Antigone strappandola a una morte ingiusta. Ma perché lo abbiamo fatto? Per pietà? Per giustizia? Per alleviare la nostra coscienza? O magari per dar l'impressione che forse qualcosa sta cambiando? In questa sala tutti ammiriamo il coraggio e l'onestà della figlia di Edipo, tutti ci commuoviamo e soffriamo per lei e insieme a lei; ma nessuno nella realtà avrebbe forse il coraggio di imitarla"_ e riprendendo ciò che lo stesso Sofocle dice, aggiunge: "Non ha alcun senso fare cose troppo grandi". Frase conclusiva che riecheggia nella ripetizione corale di tutti gli attori mentre escono di scena. Ma anche e, soprattutto, motivo di riflessione attorno al quale è incentrato il contenuto portante della tragedia, oltre che dilemma irrisolto che ogni spettatore porta dietro con sé al termine dello spettacolo. Appare chiaro, dunque, come nella formula registica di Marino sia implicita la volontà di non essere solo un semplice esecutore dell'opera, ma bensì un sottile provocatore che sottopone lo spettatore ad alcuni cruciali quesiti: è forse cambiato qualcosa da Sofocle ai giorni nostri, nonostante i martiri gloriosi e i sacrifici per le giuste e onorevoli cause? Sono forse scomparsi i tiranni, le false democrazie, le ingiustizie sociali, il male della prepotenza? La risposta spetta a ognuno di noi, benchè in questi tragici giorni sia già sotto lo sguardo di tutti. Ed è proprio in quest'ottica che l'Antigone di Sofocle giunge a noi, capace quanto mai di riflettere il nostro tempo, quale fulgida testimonianza dell'immutata essenza umana. Nelle parole di Rossana Rossandra dal saggio "Antigone ricorrente" l'ulteriore conferma: " Certo è che ad alcune tragedie si ritorna ma altre, come Antigone, sembrano tornare. Non per essere scavate e rivelare nuovi sensi, ma come allusive, rivissute." Sarebbe pertanto opportuno che rappresentazioni come quella dell'università di Cagliari, non solo possano essere ripetute e incoraggiate ma, ancor più, allargate e diffuse ad altri ambiti scolastici, perché servano come nuovo esempio a tener vivo e modernizzare l'indispensabile insegnamento del passato. Massimo Moi. Processo ad
Antigone. |