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L'UNIONE SARDA, pagina spettacoli
11.12.2004
Teatro
Bellas Mariposas
da Atzeni a Marino: lo slang del malessere

Arriva l'eco di una strada. Le voci si sovrappongono al rombo di motorini smarmittati, al guaire di cani randagi, urla di condominio miste al chiacchiericcio degli spacciatori e di qualche passante "con gli occhi allurpiti". Siamo nel quartiere di Santa Lamenera, rione disgraziato di periferia e lo sguardo disincantato e combattivo di Cate, dodici anni, e dell'amica-sorella Luna accompagna gli spettatori nella quotidianità di alcune famiglie che faticano ad andare avanti e si arrangiano come possono, meglio se senza lavorare. Bellas Mariposas, il racconto di Sergio Atzeni, giovedì è tornato in sala. Questa volta le farfalle non hanno volato leggere tra i materassi di un teatro ma nella sala Cosseddu della Casa dello studente di via Trentino, a Cagliari. Parola e ritmo di Gaetano Marino per un testo sincopato, accompagnato dalla musica di Simon Balestrazzi e Alessandro Olla, che a volte si avvicina al rap con frasi che ritornano in un loop continuo e tormentato, "?un giorno quello lo uccido". Via la messa in scena e la trovata del racconto da ascoltare sdraiati, restano i pensieri soffocati: i desideri di una ragazzina come tante che vuole diventare rockstar. Parole forti, slang da bulletti misto a sinfonie dolci, registrazioni sovrapposte che rendono perfettamente l'atmosfera e spingono a sentirne anche gli odori di una torrida giornata d'agosto nella palazzina 47C di via Gorbaglius. Poche pause per un testo fuggevole, senza virgole né punti. Non importa se la protagonista forse non dovrebbe avere lo stesso timbro caldo e ruvido dell'attore-regista, in questa storia minima dove l'uomo non esce affatto bene: parassita fannullone "mandrone" o spacciatore. Il cazzotto allo stomaco arriva forte e puntuale nella lingua mista dei racconti di vicinato e nelle premonizioni della "coga Aleni" che legge la vita e la morte agli abitanti. Il resto lo fa la musica. Che sia affidata alle note di un pianoforte, al rumore dell'abitudine o al suono della libertà assaporata tra le onde del mare purificatore.
Grazia Pili