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L'UNIONE SARDA . pagina spettacoli
19.12.2004
Teatro
Se una donna sola combatte gli dei:
l'ingiustizia ai tempi di Antigone

Senza amici e senza nozze la saggia Antigone si ribella alla giustizia. O meglio all'ingiustizia. E rende onore al suo nome la figlia di Edipo che sceglie di essere "contro generazione", appunto. Ma la promessa sposa di Emone e sorella di Polinice voluta da Gaetano Marino non vaga con lo sguardo perso in una messa in scena tradizionale della tragedia di Sofocle. È un processo in forma teatrale quello riscritto per l'occasione dal regista, presentato all'Ersu di Cagliari, per i suoi nuovi attori-allievi del gruppo I Pleià e arriva dopo aver a lungo sfiorato temi come lo stato, la pòlis, la famiglia, la legge degli uomini e degli dei e gli elementi più classici della tragedia greca: il dolore, il destino, l'onere di una scelta sofferta. Si tratta di un programma laboratoriale di teatro, non c'è dubbio, ma Antigone-Daniela Contis che decide di seppellire il fratello Polinice ce la mette davvero tutta e la sua saggezza arriva, la sua voce convince. Merita di morire per aver trasgredito l'editto di Creonte? Questa volta a decidere è il pubblico. Anzi no. L'eroina di Tebe non può sottrarsi alla sua fine. Lei che ha deciso di non abbandonare il sangue del suo sangue in quella terra di mezzo tra il mondo dei vivi e quello dei morti e ha scelto di seguire solo la legge dell'amore. È qui che inizia il processo voluto da Marino con tanto di accusa, difesa, cancelliere e guardie e non manca neppure il coro. Alla fine il pubblico dovrebbe giudicare ma Antigone è stata concepita per una morte atroce e a nulla varrà, neanche nella sala Maria Carta tra gli studenti dell'università che aspettano di poterle cambiare il destino, il verdetto popolare. Lei avrà già trovato la morte impiccandosi con il velo della propria veste piuttosto che essere sepolta viva. Una scelta provocatoria quella di Marino che vuole sottolineare come in decine di secoli il mondo non sia affatto cambiato, restano tiranni e ingiustizie, resta chi come Ismene preferisce non vedere.
Grazia Pili