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L'UNIONE SARDA - CULTURA
07.05.06
TEATRANTI SARDI ALLO SPECCHIO
LE MOLTE VITE DEL PROFESSOR MARINO
successi e infortuni di un attore-regista in scena all'Università
di CELESTINO TABASSO

Tira un sospirone e fa: «Pensare che qui sopra hanno camminato Ottavia Piccolo, Albertazzi, Gabriele Lavia...», e col palmo della destra batte sullo scaffale scuro, fitto di classici greci. Prima ipotesi: Marino è impazzito, oppure ha bevuto.
Perché mai i grandi del teatro italiano avrebbero dovuto passeggiare sulla sua libreria? Per soldi? Per scommessa? Per il gusto di dire: io c’ero, su quello scaffale? E invece no. Marino è lucido e sobrio come pochi altri in città, e anzi da qualche tempo va presto a letto la sera e si leva all’alba, studia Platone e lavora duro, fuma sempre meno e tra un po’ smetterà. Insomma, un teatrante genio e regolatezza. Tra un paio d’anni ne avrà cinquanta e ne festeggerà trenta d’amore col palcoscenico come attore e regista. Una storia che comincia in uno scantinato della Marina e si gonfia d’applausi e recensioni laudative per anni, finché un taglio inopinato a un contributo, con conseguente capitombolo amministrativo, nel ’97 sgonfia bruscamente il soufflé di Isolateatro.
Da Quartu, come uno stormo in fuga, migrano Pirandello, Feydeau, Tennessee Williams, Cechov, Max Aub. Per Marino è tempo di fare una cosa in cui eccelle: voltare pagina. Lo farà più volte, ne sfoglierà tante. Su una stanno scritti i suoi tre anni di autoesilio in Spagna. Su un’altra pagina è annotata la scoperta entusiasta, senza retorica etnica né piagnistei identitari, degli autori isolani, da Angioni ad Atzeni passando per Salvatore Satta. C’è anche la paginetta con la più stramba delle sperimentazioni: dopo i materassi in platea per un pubblico che ascolta supino, dopo l’uso spregiudicato della musica elettronica (quasi antisindacale, visto che la tastiera a tratti ruba il posto alle voci degli attori), ecco il Teatro a Corte, con gli spettacoli rappresentati a domicilio.
Poi via, nuova pagina ed ecco Marino all’Università. Aristofane, Sofocle, Eschilo: va in scena il dipartimento di letteratura greca. Con la severità dell’autodidatta, Marino si imbeve di commedie e tragedie per restituirle sul palco agli studenti, per fargliele vivere, assaporare, interpretare. Quando finisce di cannibalizzare un testo lo rimette a posto, nella libreria che ha costruito con le assi del vecchio palcoscenico di Isolateatro calcate da Lavia e Albertazzi, e passa a un altro vecchio ateniese. Un ritorno alle origini, quelle del teatro ma anche le sue, quelle geografiche, visto che è nato in Magna Grecia: «Valguarnera, provincia di Enna».
Che ci fa in Sardegna?
«È una vita che lo chiedo a mio padre. Comunque gliene sono grato: poteva scegliere Torino, Milano. Mi è andata bene».
Sicuro?
«Sicuro. Ci sono tutte quelle cose, tutti quei luoghi comuni che si sentono su quest’isola: il mal di Sardegna, la nostalgia, il fatto che si piange quando ci si arriva ma anche quando la si lascia... beh, sono tutte vere. Quando ero in Spagna la domenica andavo in aeroporto: c’era un volo per Alghero sempre pieno di sassaresi, io mi piazzavo al check-in e me ne stavo lì ad ascoltarli, con quelle esce piene, sonore. Ascoltavo i sciasciaresi e poi me ne tornavo a casa».
Cos’altro faceva?
«Recitavo».
Che cosa?
«Tutto, bastava che parlassi in italiano e il pubblico apprezzava. Noi non ci rendiamo conto di quanto piaccia la nostra lingua, di quanto suoni musicale. Declamavo l’elenco del telefono, i bugiardini delle medicine, tutto: applausi».
Come ha cominciato?
«Quando avevo 13 anni giravo con mio padre per i mercati. È un’ottima scuola. Devi inventare le parole, farti ascoltare, improvvisare. Altrimenti non mangi. Lo dico sempre ai miei allievi: guardate i venditori di pentole in tv, sono gli eredi della commedia dell’arte».
Poi che succede?
«Succede che vado a una recita parrocchiale, in Sicilia, e mi prendo il virus del teatro».
Destino.
«Veramente credevo che il mio destino fosse diventare un grande pianista».
Invece.
«Invece mi prendo il virus e una volta arrivato a Cagliari, in una cripta di via San Lucifero, mi ritrovo a provare Uomo e galantuomo di De Filippo».
Attore.
«Regista. Per farmi dar retta dagli altri le avevo sparate un po’ grosse: “Ho lavorato con Strehler, ho lavorato con questo e anche con quello”. Mi hanno dato retta e siamo andati avanti. Sono stati gli anni più belli, più goliardici, gli anni senza tempo. Era l’inizio di un’avventura ma sembrava tutto facilissimo».
Poi sono arrivati i problemi.
«I primi due: l’ignoranza e l’insularità».
Qual è il peggiore?
«Vivere in un’isola è un limite vero: chi abita a Cremona starà pure nella periferia d’Italia, ma in mezz’ora è a Milano. In un ambiente chiuso hai difficoltà a trovare una guida, qualcuno che ti indichi i confini entro i quali muoverti. Sei in balìa della tua ignoranza, che a sua volta è la madre della presunzione».
Quando l’ha capito?
«A trent’anni. Firmo un contratto che mi porta a Bologna e lì ho modo di ascoltare, vedere e capire: se ti dedichi al teatro, che è la summa di tutte le arti, non puoi essere ignorante. Torno a casa e comincio a leggere voracemente, disperatamente: più vado avanti e più so di non sapere, socraticamente. E lì entro in crisi».
Come ne esce?
«Grazie a Calvino: ha scritto lui che leggere Delitto e castigo a quarant’anni è un esperienza molto più intensa che leggerlo a 18».
Sollievo?
«Enorme. Mi assolvo e mi rimetto a leggere, senza dimenticare il monito di una cara amica: ogni libro che leggi non è una cosa in più di cui vantarti, ma una figuraccia in meno da temere».
Si era fatto un programmino?
«Leggevo a soggetto: russi, francesi, Tolkien, Topolino».
Tolkien lo dipingono di destra.
«Vabbé, allora era di destra anche Platone, visto che per lui la vera democrazia è irraggiungibile. E se Platone era di destra che facciamo, non lo leggiamo?».
Legga pure.
«E certo, non si può fare teatro senza leggere: a un certo punto ti accorgi che ti manca l’intelaiatura, la struttura per diventare...»
Un professionista.
«Professionista non mi piace. Diciamo artigiano, in fondo anche in teatro la differenza la fanno le rifiniture».
Si impara a bottega?
«Si impara a scuola. Non necessariamente all’accademia, basta che sia una scuolavera. Può andare bene anche un teatro di provincia che fa piccoli laboratori, non è quello il punto. L’importante è che ti insegni il rigore».
Andiamo avanti: Marino legge, legge, legge...
«E lavora. Il Canovaccio, la compagnia a cui avevo raccontato di aver lavorato con Strehler, diventa Isolateatro e cresce. Le produzioni si moltiplicano, arriviamo a un bilancio da un miliardo di lire, trecento giorni di spettacolo, quindici dipendenti, raddoppiamo il teatro. Poi, patapùnfete».
Che cosa succede?
«Scriviamo così: incomprensioni».
Incomprensioni?
«Sì, ma lo scriva tra virgolette. E aggiunga che mentre pronuncio la parola incomprensioni inarco il sopracciglio».
Inutile chiederle che cosa pensa dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo, incubo di tutti i teatranti d’Italia.
«Non è quello che uccide il teatro».
No?
«Il teatro si fa anche con una candela e una bottiglia, basta guardare Ascanio Celestini. Anzi, più tolgo e più stimolo il muscoletto dell’immaginazione. No, il teatro sta morendo perché è giusto che sia così, è tempo che sia così».
Allegria.
«È morto il re, viva il re: il teatro muore nel senso che ogni crisi lo costringe a rigenerarsi, a trovare nuove strade, a reinventarsi».
Suona autobiografico. Che cosa ha scoperto in Spagna?
«Che Madrid è una città affascinante, con una tolleranza, un’apertura e una curiosità nei confronti del prossimo, del forestiero, che da noi sono inimmaginabili».
Poi ha ritrovato la strada di casa.
«E qui ho avuto un’altra crisi».
Delusioni?
«Al contrario. Torno in Sardegna, leggo Atzeni e lo porto in scena con tre angeli caduti dal cielo: Caterina Scalas, Lilli Fois e Roberta Perra».
E la crisi dove sta?
«Presto detto: in un attore volontario come Francesco Grecu, contadino settantenne di Sanluri, trovo una naturalezza, una potenza tali che a me, dopo anni e anni di lavoro d’analisi, di sottrazione, di affinamento, non resta che una scelta: mi ritiro dalle scene».
E si infila in biblioteca.
«Letteralmente. La collaborazione con l’Università è cominciata così, qualche studente in seguito mi ha confessato che mi avevano preso per un matto: quest’uomo grande sempre lì a studiare, studiare otto ore al giorno. Mi stavo preparando».
Valeva la pena?
«Altroché. Trasmettere non tanto l’amore per il teatro, ma la consapevolezza che il teatro si occupa di te, della tua esistenza: questo è esaltante. E poi lavorare con un dipartimento, una facoltà, un’università alle spalle... meraviglioso, è come avere una biblioteca vivente a disposizione. Credo che possa essere il mio destino».
Sofocle, Euripide. Non è che si occupi di attualità scottante.
«Dice? Uno dei laboratori è su un testo di Aristofane. Racconta di Atene in crisi, che non sa da chi farsi governare finché si fa avanti un ignorante, un venditore di salsicce imparentato con dei lestofanti, e tutti gli dicono: “Bravo, sei l’uomo giusto!”. Si intitola I Cavalieri».
Celestino Tabasso