L'UNIONE SARDA, SPETTACOLI
06.05.1995
Lo storico del teatro Paolo Puppa racconta la rassegna di Quartu con Gaetano Marino
Controinformazione in scena A Quartu dà lezioni. Di
teatro. Aiuta a "masticare" il testo consegnandolo subito al performer di turno,
«gente che ho dovuto stanare». Lavia, Nuti, Squarzina. Oggi Piera Degli Esposti con
Gabriele D'Annunzio. Per l'occasione, "aiutanti" di Paolo Puppa, 50 anni,
docente a Venezia di
Storia del teatro e dello spettacolo, drammaturgo. Un buon osservatorio per capire il
momento della scena, con i suoi lamenti e i suoi privilegi. Per contare i nemici (la
televisione) e verificare i margini di sopravvivenza. A cominciare dall'esperimento
all'Isolateatro. Attori famosi, pillole di teatro, e via. A chi serve? Sono
toccate, ma non fughe. Esempi di scuole diverse, che danno tracce plurali, per un pubblico
motivato. Un laboratorio dove si possono ruminare modelli, pratiche, memorie, tradizioni,
in cui possono inserirsi gli spettatore, i lettori di teatro, i giovani attori. Per
avere un senso, tutto questo andrebbe istituzionalizzato? L'ideale sarebbe che la Sardegna fosse una penisola e non
un'isola. Altro rischio: fare del teatro una consorteria.
Raffinate lezioni, idee di spettacolo. La democrazia e l'aristocrazia sono termini
complementari. Di fronte alle folle che vanno a Carbonia per Fiorellino, il fatto che ci
sia un piccolo teatro, come quello di Quartu, è un modo di andare controcorrente, un
rallentamento del consumo.
Un Davide, senza sasso, che può contrapporsi a Golia, cioé l'anonimato di un pubblico di
massa isolato davanti alla televisione o assiepato nelle adunanze. Controinformazione. Lo
spirito è quello di ridurre la distanza tra la scena e lo spettatore, come se ci si
introducesse alla chetichella il primo giorno in cui il testo viene letto. Ma che cosa
chiede oggi lo spettatore? Io rovescerei la questione, che cosa chiede il teatro allo
spettatore? Oggi il teatro punta, per sopravvivere, agli abbonati. Dei pubblici
precettati, senza uno scambio personalizzato. L'abbonato è il cancro del teatro italiano.
E' questa la crisi? Ci sono fenomeni contraddittori. Esistono anche giovani che
hanno senso del rischio, voglia, follia. Gente che volteggia nell'aria senza rete. Rimanendo,
spesso, nelle cantine. Il problema è di non costruire il mito della cantina, contro
l'istituzione grande. Il problema è la dialettica, far sì che, metaforicamente, il
teatro degli abbonati diventi il teatro della cantina. E' anche vero che tutto sembra
ridursi al grande personaggio.
Che prosciuga il resto. Ho contatti di lavoro con diverse generazioni anagrafiche. A
Quartu, dovendo lavorare su un progetto per il futuro, è logico iniziare con i babà.
Altrimenti si accentuerebbe l'idea della consorteria. Ma i babà cosa fanno per aiutare
il teatro a crescere? Che cosa possono fare e che cosa vogliono fare? Vogliono poco
nel momento in cui possono poco. Anche loro sono sottoposti al meccanismo perverso
produzione-consumo-fuga. E sempre i grandi attori hanno firmato un manifesto per la
pubblicità del teatro in tivù.
Per lavarsi la coscienza? Vanno in televisione e non sanno che la televisione è il
loro grande nemico. Un nemico che non li ha annullati, ma certo emarginati. Che cosa fa la
televisione per il teatro? Qualche trailer. Così l'attore è isolato, ha meno potere
contrattuale. Alla fine la vittima va dal boia. Televisione nemica.
Ma non sarà che, semplicemente, dà messaggi più chiari, moderni? E' un'abitudine.
Che si è trasformata in una seconda natura. Il teatro non può fare oggi una competizione
perdente con questo strumento, ma resta il fatto che la televisione non ti dà, e nemmeno
il cinema, i due fiati vicini.
E' l'unica arte umana in cui sei vicino all'attore e lo condizioni. C'è una ricetta
Puppa per il teatro? Bisognerebbe che tutti potessero farlo. Come il sesso o la
ginnastica. Il teatro toglie l'autismo, la maschera a tempo pieno. Immaginate Berlusconi
costretto a fare D'Alema per un giorno. E il contrario.
Gli servirebbe. Ecco perchè il teatro dovrebbe entrare nelle scuole. Lei ha conosciuto
la realtà sarda. I problemi? Lavia dà una risposta cinico-materialista: i costi.
Per un attore che vuole capire di più, una realtà come la Sardegna, un'isola, sarebbe un
destinatario ideale. Perchè il pubblico è più pulito, più disponibile. Invece ho la
sensazione che non venga sempre il meglio. ROBERTO COSSU |