HP

L'UNIONE SARDA, SPETTACOLI
10.05.1995
PRIME TEATRO. Due modi diversi affrontare un testo nella rassegna di Isolateatro
Attore traditore, attore demiurgo

Nella sua «sublime goffagine», per dirla con Puppa, è una ribelle. Piera Degli Esposti, traditrice di testi. O almeno del testo di un autore soffocato, e non solo storicamente, dai suoi cascami. Immaginate la morbosità dannunziana manomessa dall'ironia, la parola spolpata e capovolta in un divertissement soffice e casalingo, le grinze di Gabriele spianate da un coro calcistico. Pastiche? No, teatro. Spericolato solo per chi si rannicchia nelle scatole delle letteratura. Così Piera ha spiazzato il pubblico dell'Isolateatro, a Quartu. Scegliendo il Sogno di un tramonto d'autore, che D'Annunzio scrisse all'inizio del secolo per Eleonora Duse. Un dramma decadente di architettura classica: azione fuori scena, al centro l'avvitarsi di una gelosia rabbiosa. Quella di Gradeniga, dogaressa matura ma ancora esuberante, isolata nel suo autunnale giardino, con l'orecchio offeso dagli echi di una festa sul Brenta che incorona una prostituta, Pantea, colpevole di averle scippato il giovane amante. L'arma della vendetta sarà, molto dannunzianamente, un sortilegio.
Con l'immancabile fuoco fatale e purificatore, che avvolgerà, su altri registri, la figlia di Iorio. Forse è vero che l'operetta naviga ancora ai bordi delle gioiellerie (o bigiotterie) del vate. Ma ci sono già palpabili frazioni del suo spirito. Che l'attrice, nella sua lettura, ha disperso spensieratamente. Immaginate ancora, prendendo a prestito un autore citato da Puppa, la Salomè di Wilde rimasticata con un sorriso democratico.
Non si tratta di eliminare i panieri barocchi, piuttosto di rovistarci dentro. E magari rivoltare il tutto con un qualche coretto pallonaro: «Pantea, Pantea», gridano i tifosi della bellissima. Non è necessario rincorrere la memoria (il monologo di Molly) per sapere che questa personalissima vena è nei geni artistici di Piera Degli Esposti. Che ne facesse un torrente, per ripulire (e in qualche modo contestare) il testo dannunziano, è stata una gradevolissima sorpresa per il pubblico della rassegna di Quartu. Ma è stato vero tradimento? Forse no.
Forse Piera ha semplicemente distrutto un'interpretazione, quella di «senso comune», direbbe ancora Puppa, dell'autore. Signoreggiando con la sua sensibilità, con la sua visione, persino fanciullesca, delle cose. La gelosia è un dramma, ma non sempre. E' un piacere, a distanza di qualche giorno, ricordarla davanti al leggio, con l'ansia sincerissima di ricreare una scenografia complessa in uno spazio vuoto, appena illuminato. Con le mani verso l'alto, quasi volasse, con perfetti cambi di tono per restituire la nostalgica furia di Gradeniga e il furbo pigolio di solidarietà delle sue ancelle, spedite a carpire la felicità degli altri. Statua ellenistica senza dramma, esagerata e misurata, lanciata in una corsa benevolmente ironica, fino a intravedere un certo teatro dell'assurdo. Progressione studiata, ma via via incoraggiata dal divertimento del pubblico. Interazione, parola terrificante, ma utile in questo caso. Alla fine, un tenero sospetto: «Ma non avrò combinato un guaio?». No. Piera Degli Esposti ha solo fatto capire che un attore può stritolare, e senza guai, il diaframma fra letteratura e rappresentazione.
Ribaltando persino i valori, o semplicemente spostando il gusto. Un grande attore, va da sè.
Un inventore che può addirittura permettersi di non conoscere il testo.
Piera lo ha confessato.
Su questi tasti, con contorni di aneddoti, ha pigiato il dibattito postspettacolo, uno dei più interessanti della rassegna. Complice i mille motivi di riflessione forniti dalla lettura. L'attore demiurgo, insomma. L'attore sovrano, l'attore teatro. Concetti che per Giorgio Albertazzi sono leggi. Codificate e ripetute l'altra sera, nella penultima tappa della rassegna. Come Piera per l'atto unico di D'Annunzio, anche Albertazzi non ha nascosto la «scarsa frequentazione» dell'Uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Non lo ha mai rappresentato e «non l'ho neanche riletto». Da qui, però, una scelta diversa: un'interpretazione pacifica, persino accademica, spesso affrettata. Certo, gli umori esistenziali di Pirandello sono stati spremuti, il disincanto dell'uomo condannato dal cancro ma aggrappato alla vitalità della vita è affiorato nitidamente dalla voce piena dell'attore. Magistrale, ad esempio, il gioco delle dita per imitare «quell'arte speciale che mettono i giovani di negozio nell'involtare la roba venduta». Ma tra le pieghe note del testo, poche vibrazioni. Come dire: un'egregia testimonianza di professione, con la collaborazione (nel ruolo dell'avventore) di Gaetano Marino. Una prova un po' distante dalla filosofia dichiarata di Albertazzi.
In una frase, «se non c'è attore non c'è teatro».
Più esattamente: il vizio della scena italiana è «l'omologazione», scatenata nel dopoguerra dal cinema neorealista e rassodata dal teatro di regia. Aleggiava, l'altra sera, lo spirito di Ronconi. E Albertazzi ha rincarato: «I gol li deve fare chi sta sulla scena». E invece sono proprio i Riva, i Baggio, gli articoli esauriti. E gli spettatori? ha chiesto qualcuno. Devono dunque accontentarsi dei «rimasugli»? Gli spettatori, i 14 milioni di oggi (contro i tre degli anni Sessanta) «non sono beoti». Solo «speranzosi». ROBERTO COSSU