L'UNIONE SARDA, SPETTACOLI
26.05.1995
Dalla penombra all'ombra Alfonso Santagata - in scena
oggi a Quartu con «Terra sventrata»- racconta il suo teatro dei nervi perennemente in
bilico tra pericolo follia e ricerca dell'altro da sé Una navigazione frastagliata per
finire tra i cecchini di Sarajevo
Uno sterrato pieno di gibbosità e di croci. Sullo sfondo un
pannello di loculi cimiteriali, qualche fiore ad aggraziarli, e in mezzo un buco colmato
appena da mattoni freschi di cemento. Anonimi tumulano e dissotterrano.
Ripetitivamente. Paranoicamente. Alfonso Santagata è in camicione a quadri, il volto e il
corpo tarchiato del contadino pugliese che maneggia un pennello, controlla un cavo, sposta
un cumulo di terra. E' finito a Sarajevo il dropout della scena italiana, quella che dieci
anni fa si chiamava scena sperimentale e che invece adesso è solo il teatro della
sopravvivenza. A un ministero dello Spettacolo che non c'è più, ai cartelloni della
prosa che vivono di abbonati a scatola chiusa, agli sperimentatori di un tempo che spesso
son diventati signorotti in panciolle che ricercano soltanto quel che i botteghini possono
pagare in anticipo. E' finito tra i cecchini e le cannonate cieche di Sarajevo , Alfonso
Santagata. E dove se non? Nei suoi spettacoli (da Katzenmacher al Calapranzi
di Pinter, da Savaedra su Cervantes a En passant) il suo è stato negli anni
Ottanta il teatro di chi metteva in scena la follia per porvi riparo. Guida spirituale
Artaud, l'ospedale, il carcere, il sottoproletariato della mente, gli emarginati della
memoria. Stasera l'attore e regista pugliese conclude con Terra sventrata la
rassegna «Sottosuolo dei teatri» di Gaetano Marino.
Poche certezze venivano offerte prima da un festival che ha giocato con la musa del
rischio, ancor meno cetezze vengono offerte oggi. Si sa soltanto che gli spettatori (non
più di cento per volta) si incontreranno all'Isolateatro di via Danimarca, pagheranno
cinquemila lire, forse prenderanno un pullman. Due spettacoli oggi (alle 21,30 e alle 23),
un altro domenica. «Lo spettacolo - dice Alfonso Santagata - parla di queste creature
eterne del teatro, che tornano. Tempo fa ho visto al telegiornale alcune immagini di
cronaca. A Sarajevo, mentre sotterravano qualcuno hanno bombardato il cimitero.
Hanno bombardato il morto e i parenti vivi. Mi son chiesto come fosse possibile uccidere
persone che erano già morte. E poi ho ripensato a tutte queste creature destinate
all'eternità del teatro: mi son rivenuti alla mente Don Chisciotte, Woyzeck, Maria,
Otello, Desdemona. Sono partito dai due becchini dell'Amleto di Shakespeare. Sono
loro i protagonisti di quello che racconto. E i becchini invece di sotterrare le creature,
le riesumano. E tutte ritornano, vivono, se ne rivanno e ritorneranno. Non moriranno
mai». «E poi altre idee che pian piano si sono addensate: per esempio quella del teatro
N giapponese, dove in palcoscenico c'è una passerella sulla sinistra in cui al
suono di un flauto un attore chiama gli dei e questi scendono per portare pace, giustizia,
e per giustiziare. E ancora, un angioletto, una farfallina che fa da confine tra la terra
e l'altro mondo... Nei suoi lavori si racconta più un'emarginazione dell'emozione che
un'emarginazione politica e sociale. Un teatro dei nervi, spesso nervi scoperti. Qual è
stato il punto di partenza? Ho sempre pensato al teatro come ad un'arena, un luogo di
scontro e non solo un palcoscenico creatro per compiacere il pubblico. Penso che mi
appartenga solo questo tipo di teatro, se trovo la pace smetto. E per quanto riguarda i
nervi, penso a quelli che per me restano i sentimenti fondamentali della scena: l'amore,
l'odio e la follia. Se noi guardiamo i grandi miti del teatro, c'è sempre la follia di
mezzo. Per questo mi sembra riduttivo quando altri vedono l'emarginazione sociale nei miei
lavori. Follia, si tratta di follia, è un sentimento che appartiene a tutti e non ha
classi sociali. Fino a poco tempo fa Santagata era inscindibile da Morganti. Poi
all'improvviso il sodalizio si è spezzato... Dopo quindici anni...
Che vuol che le dica, siamo arrivati ad una sorta di saturazione. Intendiamoci, io con
Claudio ho ancora un rapporto bellissimo ma per ognuno di noi ad un certo punto della vita
era indispensabile percorrere una strada propria. Eravamo arrivati ad un overdose: non
creativa, quasi affettiva.
Dopo quindici anni sentivamo il bisogno di aprirci agli altri». «E io questo ho fatto,
una settimana prima dello spettacolo organizzo una serie di laboratori, termine abusato
per indicare che cerco nuove energie drammatiche in un ambiente che poco ha che fare con
la scena tradizionale. Mi piace, mi piace molto lavorare così ma non posso dire che il
mio teatro sia cambiato.
Penso non possa cambiare, non ho mai cavalcato alcun movimento, nessuna tendenza, sono
sempre partito da me. Solo che mi devo incontrare e scontrare con energie umane diverse.
Fondamentale per andare avanti. Cos'è il pericolo? Qualcosa che io associo sempre
alla paura, qualcosa che occorre proteggere. Sento entrambi come aspetti che mi sono
congeniali. Non cerco di scacciare la paura, la paura mi accompagna. Quando è vicina
l'arte alla follia? Non vorrei esser retorico con il discorso del maudit. Ma se
uno è in pace col mondo sta bene col mondo. Invece in qualche modo l'arte, il teatro, la
pittura, il cinema sono da una parte un rifugio ma dall'altra parte qualcosa che mette in
moto le tue nevrosi, le fa agire. Non mi interessa prendere storielle della vita e
portarle in teatro, ma la vita per il teatro è importante, ti alimenta, ti permette
d'essere visionario». «E Terra sventrata è partito proprio da alcune visioni.
Con la differenza che quando lavoravo con Claudio, i miei spettacoli non ontemplavano la
speranza. Ora ci sono gli stessi sentimenti di primpa, i nervi, la passione, il cervello
ma in più - mi pare -c'è la catarsi. Persino dei momenti di commozione. Lei ha detto
una volta che aveva paura di esser risucchiato da questa follia che aleggiava nel suo
lavoro.
Cosa intendeva? Mi sento un po' salvato, giocavo senza limiti con il discorso della
follia. E ho avuto molti momenti in bilico. Che son durati due anni, ero sempre lì lì
per levare le tegole e andare via dal tetto.
Poi ho capito che l'unico modo per non aver paura della follia è conviverci.
Ora non ho più paura, la convivo. E' come se tutto fosse già successo ed ho meno paura
di un tempo. Pochi finanziamenti, il teatro, un certo teatro sembra stia ritornando in
una condizione di semiclandestinità. Un bene o un male? Il teatro da solo non può
andare avanti. Spostarsi con tre, quattro, dodici persone come nel mio caso significa
dover fare i conti quantomeno con vitto e alloggio. Il teatro deve essere sovvenzionato
perchè il teatro è importante. Certo, bisognerebbe tagliare i quattrini al novantacinque
per cento di quelli che vanno in scena, ma questa è una mia opinione». «I quattrini
vengono spesi in scenografie inutili, pagano gli attori, certi attori un'iradiddio. E' una
sorta di esse lunga che si morde la coda. Gli stabili, le cooperative, persino i centri di
ricerca che ormai sembrano privilegiare solo il teatro comico...Il teatro fa parte della
vita e occorre rivendicare la propria vita.
Anche quando si tratta di avere soldi per metterla in scena. Come costruisce i suoi
spettacoli? Peter Brook dice che parte da un punto informe, un odore, un sapore, una
suggestione anche minima e casuale... Io chiamo questo la penombra. Quando ho la
sensazione di essere confuso per un'immagine, un gesto, uno sguardo, un'intenzione, un
campo lungo, ecco quando ho queste sensazioni mi sento bene. Niente di preciso, voglio
passare non dalla penombra ala certezza di qualcosa perchè quella non mi sembra potrò
mai raggiungerla. Ma dalla penombra alla conquista dell'ombra. Così posso fare il mio
gioco doppio. Io e l'ombra. Buechner, Cervantes, Pinter, Shakespeare: nel suo teatro
hanno sempre contato molto le suggestioni letterarie. Nel mio lavoro ho identificato
tre strade. Una l'ho chiamata necessaria, obbligata. Sento la necessità di liberarmi di
qualcosa che posso avere da tutta una vita ma anche solo da pochi minuti.
L'altra è la strada delle tentazioni: che sono appunto questi universi contenuti in
Cervantes, Shakespeare, Dostojevskji. E sono universi che non finiscono mai, mi
trascinano. Ma quando affronto uno di questi autori non voglio realizzare una pagina bella
o un loro momento. Quello che cerco è la verifica di sentimenti che erano già miei. E'
il tuo mondo che s'incontra con quello di altri. Ma è importante trovare in te stesso il
punto di partenza. MARCO MANCA |