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L’UNIONE SARDA, SPETTACOLI
30.04.95
PRIME TEATRO
Delitti esemplari
La mente che uccide

Max Aub raccolse per caso, ma con metodo, i Delitti esemplari. Da un capo all'altro del mondo, pescando a piene mani in un quotidiano sempre uguale: non è forse vero che un albanese uccide per le stesse ragioni di un guatemalteco? Aub non pensava a uno schedario crimina1e. Piuttosto a una barocca macelleria della mente. Dove si uccide solo perchè si vorrebbe uccidere. Un'ecatombe, vera o finta, che diventa terribilmente reale nel regno delle intenzioni. Non troppo distante dalle nostre mani.
Gli assassini di Aub sono eroi e martiri. Travolgono le loro debolezze e ne sono travolti. Motivano scrupolosamente il gesto, tant'è che la follia, dice l'autore, ha offerto scarsissimo materiale. Uccidono per poco, perchè incontrano un barista distratto, un cliente foruncoloso, un mediocre ballerino. Si sbarazzano delle millimetriche insofferenze giornaliere e in cambio vogliono solo un surrogato di millimetriche felicità. O almeno una seccatura in meno. Galleria inquieta dove possiamo sistemarci comodamente: alzi la mano chi, al cinema, non ha mai sognato di ammazzare di rabbia lo scartocciatore di caramelle della poltrona accanto.
É possibile dare una vita teatrale a questo bestiario senza scivolare nella catena di gag Gaetano Marino e “Il Canovaccio” ci hanno provato e la riduzione, presentata all’Isolateatro di Quartu, ha regalato risultati sor." prendenti. La mancanza di una cifra scenica nel testo concedeva piena libertà d'azione e Marino si è mosso con disinvoltura. Sa1tando il suono uniforme delle schegge di Aub, Marino ha pizzicato il grottesco, il comìco, il lirico, il drammatico. Una fusione a piani alternati, che, salda la lunga nenia omicida, senza diluirne il succo surreale.e violento. Certo, talvolta il gioco si avvicina peri losamente alla corda farsesca e il regista non rinuncia mai alle seduzioni (o necessità) scenografiche: dall'architettura delle luci alle musiehe originali di Blade Runner. Ma l'impressione è quella di divertito e divertente equilibrio caleidoscopico.
Coraggiosamente Marino ha aperto tutti i bagagli. Incuriosisce, ad esempio, la profusione (persino inconscia) di suggestioni cinematografiche, dalle saghe stellari di Lucas al fumetto di Batman, alle atmosfere di Dario Argento, tra vertigini da Almodovar ed echi alla rinfusa di teatro e dintorni: Albee, Kemp.
Stupisce soprattutto l'accordo con gli attori. Claudia Cicalò è deliziosa nelle filastrocche, negli ebetismi infantili da vispa Teresa e non incespica quando lambisce il pubblico con intensità da bambola seria. Massimo Zordan è nervoso, plumbeo, guittesco, un insieme di toni riusciti e sincopati che stanno tutti dentro la sua ampia faccia. Il resto lo fa l'istrionismo spesso stralunato di Fabio Marceddu. Si ride, ovviamente, ma dello stesso riso di Aub, che Marino conserva e che non è mai liberatorio.
La scena sembra ricca senza ricchezze. Il materiale è semplice: lenzuola bianche alle pareti, un altoparlante; una coperta, una carrozzella, tre sedie. Ma non c’è mai unatmosfera da terzo teatro. Il gioco riempie tutti gli angoli. E regista a attori giocano ancora mentre sullo sfondo finale scorrono le parole di Aub che avvertono: “Non ho più voglia di giocare”. La conclusione scelta da Marino è un reticolato di sangue sul brivido dell'autore. Come dire: e se invece, in un mondo dove gli unti assomigliano agli untori, e vittime e carnefici mangiano la stessa mediocrità, e la monotonia è un altro grosso crimine, si giocasse ancora? Sorrisi esemplari.
ROBERTO COSSU