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PROCESSO |
foto spettacolo |
| Università deglli Studi di Cagliari Dipartimento di Filologia Classica, Glottologia, Scienze Storiche dell'Antichità e del Medioevo Sezione Greco Comitato Studentesco Ersu, Gruppo Teatro I Pleià Maggio 2004 PROCESSO AD ANTIGONE Da Sofocle In scena Antigone Daniela Contis Ismene Marianna Piras Corifeo Michele Bergo Gaetano Marino Creonte Matteo Pinna Cesare Giombetti Coro Ilaria Fois, Evelin Murgia, Michela Pau, Francesca Sanna Guardie Luisa Paola Bassu, Alessandra Casu, Elettra Pilotto Emone Mattia Piano Processo Cancelliere Francesca Cavallet Gaetano Marino Accusa Riccardo Farci, Denise Salis Difesa Raffaela Porru, Carlo Usai Testi Sofocle, Eschilo, Gaetano Marino, Riccardo Farci, Cesare Giombetti, Morena Moro, Raffaela Porru, Denise Salis, Chiara Sulis, Carlo Usai Musiche e Suono T.A.C. Simon Balestrazzi, Gaetano Marino, Monica Serra Assistenti Marianna Piras, Denise Salis organizzazione Noemi Bertucelli Adattamento e scrittura scenica Gaetano Marino |
| PRESENTAZIONE Note di regia Antigone ovvero, l'arte della disobbedienza. Ismene Sorella mia, è un altro il nostro destino. Antigone Tu pensi? Ismene Non abbiamo altra scelta, dobbiamo obbedire. Antigone Perché? Ismene Perché non ha più alcun senso fare cose troppo grandi. Quando un anno fa la docente di Letteratura Greca Patrizia Mureddu mi propose di pensare a un programma laboratoriale di teatro sull' Antigone di Sofocle destinato agli studenti dell'Università degli Studi di Cagliari, la prima idea che proposi fu quella di affrontare non una tradizionale messa in scena della tragedia sofoclea, bensì quella di realizzare un processo in forma teatrale. Due principali motivi mi spinsero a formulare la proposta, il primo derivava da una mia naturale predisposizione nel mio lavoro all'anarchia del regista, la seconda perché sono ben 25 secoli che ci si dibatte sulla questione aperta dal moderato Sofocle. Un dilemma infinito che contempla parecchi quesiti: lo stato, la pòlis, la famiglia, la legge degli uomini, quella degli dei e altro ancora. Nel programmare il processo ho individuato nel testo dello scrittore ateniese l'arma del delitto e ho voluto focalizzare il capo d'accusa col seguente dilemma: la giovane Antigone, seppellendo il fratello Polinice, ha fatto bene o no a trasgredire l'editto del tiranno Creonte, la figlia di Edipo è colpevole o innocente, è giusto o no che debba morire? In poche parole volevo mettere a giudizio Antigone, l'eroina di Tebe, e affidare allo spettatore il suo nuovo destino. Ma processare un atto sacrificale come quello di Antigone si può e si deve fare solo dopo aver conosciuto l'intera storia, o meglio, per usare un termine propriamente tecnico, dopo averne studiato gli atti processuali. Dopotutto le mie frequentazioni della tragedia greca erano piuttosto labili. Il primo passo quindi è stato quello di indagare. Indagare e colmare, nei limiti del tempo concessomi ovviamente, le lacune del mio sapere. In particolare avevo bisogno di scoprire quel glorioso e irripetibile miracolo culturale e sociale dell'età di Pericle e quali potevano essere i motivi che avevano spinto Sofocle a mettere in guardia i propri concittadini dai pericoli del progresso, e siamo, si badi bene nel V secolo a.C. E così è stato. Nelle aule della Facoltà ho seguito giorno dopo giorno le lezioni di Patrizia Mureddu; ho viaggiato tra saggi critici, filosofici e storici; ho letto e riletto le opere di Sofocle e degli altri due tragici Eschilo ed Euripide, insieme alle grandi opere di Platone, Aristotele e dei loro contemporanei; infine, non ricordo più quante appassionate discussioni coi grecisti e non. La mia speranza era quella di scovare tra le pagine dei libri indizi, intuizioni e contraddizioni. Insomma, prima di affrontare il dibattito processuale e la sua impostazione scenica ho cercato insieme agli studenti partecipanti al programma di costruire un piano di lavoro il più esaustivo possibile. Ho perciò composto due gruppi di studio e ricerca: uno destinato alla messa in scena del testo sofocleo (gli attori), che si sviluppa sino all'ultima apparizione di Antigone sulla scena; l'altro per la composizione e l'esecuzione della fase processuale ( i processanti), con tanto di cancelliere e avvocati dell'accusa e della difesa. La condizione imposta ai due gruppi è stata quella di totale autonomia e isolamento reciproco per evitare contaminazioni e influenze nel proprio lavoro. Inoltre, per la dinamica dello sviluppo drammaturgico dell'allestimento scenico ho fatto riferimento a due autori contemporanei: Diego Fabbri, Processo a Gesù e Luigi Pirandello, Questa sera si recita a soggetto. Nella drammaturgia del testo rappresentato, oltre alla nuova trasposizione dell'opera di Sofocle, ho voluto inserire due brani tratti dall'opera de I sette contro Tebe di Eschilo, a mo' di antefatto: il primo brano riporta le parole decisive di Eteocle circa la sua volontà di scendere sul campo di battaglia per lottare sino alla morte contro il fratello Polinice; il secondo brano riporta gli insulti che Eteocle rivolge alle donne Tebane per la loro viltà (!). Con il trascorrere dei mesi mi apparivano intuizioni sceniche e didattiche di particolare spessore che esaltavano il lavoro, ma, ahimè, più entravo nel labirinto della conoscenza più esse franavano inesorabili di fronte alla struttura drammaturgia pressoché perfetta dell'opera. Ogni mio tentativo anarchico di ri-scrittura e re-interpretazione veniva annullato dalla forza del tempo. Quel tempo durato parecchi secoli e immune alle svariate contaminazioni, traduzioni comprese. Scoprivo lentamente gli elementi fondamentali della tragedia greca come il dolore, la scelta e il destino. Il fine della tragedia non era solo spettacolare, nessuna esibizione tecnica attoriale del sentimento tragico, nessun virtuosismo registico, bensì capro espiatorio e catarsi: l'ingiusta morte dell'eroe/martire suscita la pietà e il terrore, componenti necessari allo spettatore per la rigenerazione del proprio sentimento (Aristotele). Un rito quindi, una purificazione dello spettatore-individuo, il quale, attraverso la visione del dolore sacrificale sopportato dall'eroe, esce dal teatro diverso da come vi era entrato. Alla luce di queste rivelazioni come potevo dunque, io, permettermi uno sconvolgimento radicale di tutto ciò? Come potevo cambiare il destino dell'eroe, addirittura salvarlo? A quel punto apparve chiaro che l'ipotesi di aprire un processo alla figlia di Edipo/mito deputandone il giudizio e la ri-scrittura dell'opera allo spettatore contemporaneo risultava impraticabile. Antigone, l'eroina/martire è stata concepita per una morte ingiusta. Deve morire. È la sua funzione e il suo scopo catartico. Nella mia messa in scena il pubblico ovviamente non può e non deve saperlo. Dovrà invece credere durante lo spettacolo di poter cambiare il destino di Antigone vendicandone l'onore e il rispetto. Dovrà appassionarsi per salvare la giovane fanciulla da una morte atroce (sepolta viva!). Ma resterà frustrato nella sua speranza perché durante la fase dibattimentale del processo, e precisamente appena dopo che il pubblico avrà espresso la sentenza nello scrutinio dei voti, Antigone avrà già trovato la morte impiccandosi con il velo della propria veste (tutto secondo copione! - Pirandello docet). Sarà proprio Ismene, la sorella pavida di Antigone, anche se io non condivido questo appellativo affidatole dalla critica, ad annunciarne il tragico epilogo. Quasi una doppia catarsi. E infine, quando alcuni attori chiederanno spiegazioni ad Ismene essa risponderà: -Sì, certo, oggi, abbiamo tentato di rendere giustizia ad Antigone. Strappandola a una morte ingiusta. Ma perché, perché lo abbiamo fatto? Perché? Per pietà? Per giustizia? Per alleviare la nostra coscienza? O magari per dar l'impressione che forse qualcosa sta cambiando? Qualcosa accade? Sì, certo, forse qui. Ora. In questa sala. Tutti ammiriamo il coraggio e l'onestà della figlia di Edipo, tutti ci commuoviamo e soffriamo per lei e insieme a lei; ma nessuno, dico, nessuno, nella realtà, avrebbe forse il coraggio di imitarla. Amiche mie, solo quando proveremo a calarci in fondo all'animo di Antigone, solo quando ascolteremo e capiremo per davvero Antigone, solo allora potremo chiederle di riposare. Ma questo non credo accadrà mai. Perché? Perché non ha alcun senso fare cose troppo grandi. E non sono io a dirlo, è Sofocle che ce lo dice: "Non ha alcun senso fare cose troppo grandi".- Mi rendo conto che questa scelta registica potrebbe essere criticabile e forse addirittura inaccettabile per alcuni, ma, pur di apparire sconveniente, io non riesco a non vedere la realtà che mi sta attorno. Di fronte a una tragedia come quella di Antigone non è possibile restare indifferenti, essere un semplice esecutore. Perciò il mio compito e il mio dovere è anche quello di esporre sulla scena il disagio del mio tempo e della mia esperienza di vita; esattamente così come fece Sofocle nel suo tempo. Io ho voluto sottoporre alle spettatore, in modo provocatorio ovviamente, alcune tragiche domande e cioè: nonostante i numerosi martiri gloriosi, sia sulla scena teatrale che nella vita reale, sacrificatisi per le giuste e onorabili cause dell'umanità è forse cambiato qualcosa in venticinque secoli di storia? Attenzione: per cambiamento non intendo qualcosa di effimero o di illusorio. Il mondo, al di là del progresso (!?), è forse mutato in meglio? Sono forse scomparsi i tiranni, le false democrazie, le ingiustizie sociali, il male della prepotenza? La risposta è sotto lo sguardo di tutti, a meno che non si voglia chiudere gli occhi per non vedere, per restare aggrappati alla necessità della speranza, alibi maledetto della nostra sopravvivenza. E proprio in questi giorni tragici ne abbiamo una drammatica conferma. Ripeto, la mia non è una conclusione sentenziosa e amara bensì una provocazione, felice di essere smentito! Concludo Citando dal saggio di Rossana Rossanda, Antigone ricorrente, " Certo è che ad alcune tragedie si ritorna ma altre, come "Antigone", sembrano tornare. Non per essere scavate e rivelare nuovi sensi, ma come allusive, rivissute." Gaetano Marino |
| BIBLIOGRAFIA
- RICERCA - SCRITTURA SCENICA - PROCESSO 1. Sofocle: "Edipo re, Edipo a Colono, Antigone". Mondadori. Trad. R. Cantarella. 2. Sofocle: "Aiace". 3. Eschilo: "Sette contro Tebe". 4. Euripide: "Antigone" (frammenti). 5. Luigi Enrico Rossi: "Letteratura Greca" (Sofocle). 6. Platone: "Apologia di Socrate", "Critone", "Fedone". 7. Christian Meier: "L'arte politica della tragedia greca". 8. Giovanni Cerri: "Legislazione orale e tragedia greca". 9. Adkins: "La Morale dei greci da Omero ad Aristotele". 10. Angelo Brelich : "I greci e gli dei". 11. Crizia (il timor degli dei) : "Sisifo". 12. Gustave Glotz: "La Gustizia". 13. Eleonora Cavallini: "Atene: i processi contro le donne". 14. Rossana Rossanda : Sofocle - Antigone - SAGGIO - "Antigone ricorrente". 15. HDF. Kitto: "I greci". 16. Mario Bretone, Mario Talamanca: "Il diritto in Grecia e a Roma". 17. Robert Flaceliére: "La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle". 18. Finley: "La democrazia degli antichi e dei moderni". 19. Umberto Albini: "Atene: l'udienza è aperta". |