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Bakunìn, di Sergio Atzeni

Archeologia mineraria
Premessa

Partiamo dal concetto di archeologia industriale. Apparentemente i due termini archeologia e industriale stanno fra loro in antesi: il primo ci fa venire in mente qualcosa di molto lontano nel tempo, il secondo ci fa pensare al progresso tecnologico e alla modernità. Allontaniamoci dall'idea dell'antico e del nuovo in assoluto. Se l'archelogia è la scienza che studia l'antico, l'archeologia industriale è lo studio di tutto ciò che rimane di fabbriche, tonnare, miniere, scali ferroviari, ponti, ciminiere, in generale strumenti e del lavoro dell'uomo usati dalla Rivoluzione Industriale ai giorni nostri, per la produzione di beni. Antico dunque, e superato, rispetto a qualcosa di più attuale: le novità prodotte dal progresso tecnologico. Non antico in assoluto, ma in rapporto a qualcosa di più moderno. Es: la ciminiera di Selargius. Archeologia mineraria è quel campo dell'archeologia industriale che si occupa di ciò che resta delle miniere, cioè di particolari impianti industriali costruiti per i trattamenti di lavorazione, di purificazione e di successiva lavorazione del minerale. Il paesaggio nel quale sono inseriti questi reperti archelogici è quello dei centri minerari (es: Montevecchio, Monteponi, Ingurtosu, Nebida etc...). Cos’è che più colpisce lo sguardo del visitatore dinnanzi a questi gioielli dell'archeologia industriale spesso abbandonati? Gli scavi, gli ingressi delle gallerie, le discariche, gli impianti di estrazione caratterizzati dal castello del pozzo e dalla laveria per l'arricchimento del minerale (separazione del minerale utile dalla roccia sterile o dalle impurità), costruiti questi con materiali che variano dal cemento armato al ferro al legno, e infine i villaggi destinati a ospitare gli operai e le loro famiglie, i dipendenti delle società che amministrano le miniere e il loro direttore, costruiti secondo criteri divisori che esaltavano le gerarchie sociali. Caratteristica principale dei centri minerari è che la scelta del luogo in cui nascono e si sviluppano è legata necessariamente alla presenza di un giacimento minerario, cioè di una concentrazione naturale di sostanze minerali utili che possano essere sfruttate nell'industria. Ciò significa che l'area mineraria può essere isolata e molto lontana dai centri abitati. Fondamentale è che nel territorio sul quale è stato scoperto il giacimento vengano costruite le strutture necessarie allo svolgimento dell'attività produttiva. E che l'edificazione segua due criteri: a) breve distanza tra il luogo dell'estrazione e quello dei trattamenti successivi (lavaggio di arricchimento e prima lavorazione) b) presenza nelle vicinanze, di sorgenti, laghi, corsi d'acqua per la laveria e di legname a basso costo per rifornire i forni e le caldaie e per armare le gallerie. Questa differenza tra i centri minerari e quelli industriali in genere emerge nel momento in cui per ragioni economiche la miniera riduce la sua attività o chiude. Ragioni economiche che possono essere di due tipi: 1) il giacimento ha esurito la disponibilità di minerale presente; 2) l'attività produttiva non è più conveniente (ad es. per un calo del prezzo del metallo sul mercato dovuto ad un venir meno d'interesse o per la maggiore concorrenza esercitata da miniere straniere o per l'aumento dei costi delle attività estrattive). Alla chiusura di una miniera è difficile che l'area mineraria e le sue strutture possano essere utilizzate ad altri scopi, se non in casi rarissimi. Succede così che col passare degli anni la miniera venga abbandonata e si trasformi in una sorta di villaggio dei fantasmi avvolto dalla vegetazione e stravolto dall'erosione della pioggia e del vento. L'archeologia mineraria si propone di proteggere questi luoghi bellissimi dalla distruzione del tempo. Catalogandoli, innanzitutto. E ideando dei progetti di recupero che ne facciano oggetto di circuiti turistici e culturali di notevole interesse storico e artistico.

Cenni storici

Sin da tempi antichissimi la Sardegna è stata identificata come ricca produttrice di metalli. Al punto che non esistono zone che, anche in minima parte, non siano state oggetto di qualche piccolo lavoro minerario rivolto alla ricerca di giacimenti metalliferi o di pietre ornamentali. Fu proprio l'ossidiana, una pietra nera, lucente, un vetro vulcanico chiamato "oro nero dell'antichità" a garantire una stabile presenza in Sardegna di uomini del Neolitico. Siamo nel VI millennio a.C. Partendo dal Monte Arci (Oristano) iniziò l'attività di estrazione e successiva lavorazione del minerale, giunta sino ai giorni nostri. I ritrovamenti archeologici provano l'esistenza di decine di centri di raccolta e di 70 centri di lavorazione della pregiata materia che, una volta esaurita la richesta interna, veniva esportata in tutto il Mediterraneo (Liguria, Catalogna, Corsica, val Padana e Francia meridionale). Importantissima la scoperta dei primi oggetti metallici in rame risalenti al 2.700 a. C. la cui lavorazione veniva eseguita probabilmente in Sardegna. Si trattava di oggetti ornamentali come braccialetti, spilloni, pendenti o utensili come icoltelli. Bisogna giungere 2.400 a. C. per parlare di utilizzo del piombo. Alcuni studiosi ritengono che i pochi pezzi ritrovati fossero riserva esclusiva di individui di ceto sociale elevato e fossero importati dopo essere stati lavorati nelle officine metallurgiche della Francia meridionale. Fa pensare invece ad un ipotesi di lavorazione locale la forma delle accette a margini rialzati richiesta dai pastori-guerrieri che in quei tempo dominavano l'isola, forma ottenuta con un procedimenti di compressione del metallo comune a varie officine dell'isola.

    Con l'Età Nuragica (età del bronzo :1200-1900 a.C.) si assiste ad uno sfruttamento intenso e costante dei giacimenti minerari, tanto da far pensare che i nuraghi fossero addirittura forni per la fusione dei metalli. La produzione dei manufatti cresce tanto da somigliare ad una produzione industriale. Lo sviluppo massimo è nel periodo che va dal 900 al 500 a.C. Al fine di controllare al meglio il lavoro le officine e le botteghe artigiane erano collocate vicino ai nuraghi dove dimoravano i principi o dentro i villaggi dipendenti. Il centro più importante per l'estrazione del rame divenne Funtana Raminosa, presso Gadoni (Nuoro). A dimostrazione della operosità delle fonderie e del buon gusto estetico raggiunto dai maestri artigiani stanno le oltre 500 statuine in bronzo (lega di rame e stagno) note come bronzetti nuragici, destinate al mercato interno e poi esportate in Etruria e in Sicilia. Le statuine, che avevano una funzione religiosa, rappresentavano il principe, il soldato , il sacerdote, la donna. Scarsissima, in questo periodo, la presenza di manufatti in argento. Assente la metallurgia dell'oro, sconosciuta ai nuragici.

    La lavorazione del ferro venne introdotta dai Fenici nel IX secolo a.C. Con il loro approdo nell'isola l'attività mineraria si sviluppa ulteriormente, con ogni probabilità nella zona attorno a Nora, la più antica città fenicia in Sardegna. Tra i minerali più ricercati vi erano il piomo e l'argento spesso associati nei giacimenti di galena argentifera. L'argento veniva utilizzato per produrre monete e oggetti preziosi, il piombo per fabbricare tubazioni. Si lavoravano anche il rame, il bronzo e il ferro. Esclusa la conoscenza locale dello zinco, non essendo stati ritrovati oggetti prodotti dalla sua lega più nota: l'ottone.

    Con l'arrivo deri Romani l'attività estrattiva e metallurgica continua a rappresentare una delle maggiori risorse economiche per la Sardegna. Monteponi, Malacalzetta, San Giovanni e San Giorgio risultano da scavi successivi zone intensamente lavorate in epoca romana. E ciò è dimostrato dalla presenza di pozzi e gallerie. Meno frequentata è la zona di Motevecchio. Ignorato il giacimento argentifero del Sarrabus. Dell'attività mineraria nell'isola si parla ai tempi dell'imperatore Commodo (180-193 a.C.) quando vi furono spediti numerosi cristiani condannati ad metalla, cioè ai lavori forzati in miniera. Tra essi vi era Callisto, poi divenuto papa. La loro liberazione avvenne nel 189 a.C. grazie alle preghiere di Marcia, amante dell'imperatore. A dimostrazione della loro presenza furono trovate, all'interno della galleria denominata "Su Presoni", nei pressi della fattoria di Santa Vittoria (fra l'Iglesiente e il Fluminese, località di Grugua), degli anelli in ferro fissati alle pareti. Dai documenti dell'epoca risulta inoltre che si venisse in Sardegna per cercare oro, nonostante l'assenza nell'isola del prezioso metallo. Pene pecuniare venivano comminate ai capitani delle navi e ai loro luogotenenti che trasportassero nell'isola i metallari aurileghi, "genia di scavatori girovaghi e spericolati"., ritenuti portatori di disordini e turbamenti in una situazione già difficilmente controllabile. Dai ritrovamenti di attrezzi, picconi, scalpelli, lampade di diverse dimensioni, si deduce che i centri più importanti in epoca romana fossero: Metalla, centro direzionale di tutta l'attività estrattiva delI'Iglesiente, situata forse nella valle di Antas, nei pressi del santuario o forse nella zona di Grugua, vicino alla galleria "Su presoni"; Ferraria, nei dintorni di San Gregorio; Plumbea, l'attuale isola di Sant'Antioco, probabile porto d'imbarco per il piombo argentifero. L'estrazione del minerale avveniva in questo modo: un fuoco all'interno della galleria arroventava la roccia, un getto d'acqua fredda sulla stessa provocando il rapido raffreddamento ne causava lo sbriciolamento. Il minerale veniva così trasportato all'esterno dove veniva fuso in forni di notevoli dimensioni capaci di sopportare parecchi quintali di minerale. Nei periodi di lavoro più intenso le fonderie romane sfornarono 150.000 tonnellate annue di piombo e 500 tonnellate d'argento. La Sardegna era il terzo paese fornitore di metalli all'impero romano dopo la Spagna e la Bretagna.

    Alto Medioevo. Con la caduta dell'Impero Romano e l'arrivo dei Vandali, le attività minerarie subirono un rallentamento, ma non si arrestarono del tutto. Gli avvenimenti oscuri del periodo compreso fra il V e l'XI secolo dopo Cristo non forniscono una documentazione che permetta di ricostruire le linee del progresso minerario dell'epoca. Furono anni di guerre e giochi politici, congiure e matrimoni d'interesse. Ma furono anche gli anni dellla nascita dei Giudicati . Questo induce gli storici a escludere un azzeramento dell'attività estrattiva, vista la necessità di una solidità economica in uno stato che nasceva con aspirazioni di autonomia e indipendenza.

    Con la repubblica marinara di Pisa al potere l'attività mineraria in Sardegna trovò un nuovo fermento. Fu un pisano, il conte Ugolino della Gherardesca, il fondatore, di Villa di Chiesa (l'attuale Iglesias) attorno alla metà del 1200. La città nacque su impulso di una crescita demografica sviluppatasi con lo sfruttamento dei ricchi giacimenti d'argento che si trovavano nell'alta valle del Cixerri: difesa da robuste mura e dotata di una propria zecca fondata da Guelfo e Lotto, figli del conte Ugolino, Villa di Chiesa era all'inizio del '300 una città ricca e perfettamente organizzata. L'attività mineraria, prevalentemente lasciata alla libera iniziativa di singoli o piccoli gruppi, era controllata solo nell'ultima fase, quella del prelievo fiscale. La sua disciplina era inserita nel Breve di Villa di Chiesa, ordinamento giuridico della città giunto fino a noi nella versione del 1327, modificata dagli aragonesi con l'imposizione del divieto di esportare l'argento estratto, destinato in esclusiva alla zecca locale per la coniazione degli alfonsini. I pisani, lavorando sulle tracce dei romani che li avevano preceduti, recuperarono pozzi (detti Bottini) e gallerie (dette Canali). La direzione dei lavori era affidata a un Maestro di Fossa, un anziano minatore, affiancato dallo Scrivano di fossa, il quale teneva i registri sui quali veniva annotato tutto ciò che riguardava le diverse fasi del lavoro. Questi registri dovevano essere mostrati all'autorità, i Camerlenghi, ogni volta che sorgeva una controversia. Gli attrezzi usati per lo scavo erano picconi di varie diimensioni e mazze e il trasporto del materiale all'interno delle gallerie avveniva dentro sacchi di pelle detti bolge. La metallurgia sarda fu in questo perido la seconda in Europa per importanza dietro quella boema, coprendo circa il 5% della produzione totale dell'occidente cristiano.

    Nel 1323 Villa di Chiesa viene assediata e attaccata dalle forze congiunte della corona catalano-aragonese e del giudicato d'Arborea, guidate da Alfonso IV d'Aragona. Nel 1324 la città di arrende agli Spagnoli. Si blocca l'esportazione dell'argento e inizia una decadenza che porta nel XV secolo all'abbandono completo delle miniere. Quattro secoli di dominazione spagnola significano lunghissimi periodi di inattività intervallati da rarissime concessioni di sfruttamento ai privati. Nuovi interessi d'oltreoceano catturano l'attenzione dei regnanti spagnoli: i giacimenti di metalli preziosi in Sudamerica. Nel 1600 inizia un periodo di ripresa. Lo testimonia un documento del 1628, il resoconto di una visita nella zona di Nebida del notaio del procuratore reale di Iglesias: due forni di fusione e varie baracche che funzionavano sia come magazzino che come alloggio per gli operai, possono considerarsi un campione di villaggio minerario in germe, antesignano degli insediamenti minerari degli anni successivi.

    Nel 1719 cessa la dominazione spagnola in Sardegna. Con l'avvento dei Savoia l'attività estrattiva riprende. Nel 1804 erano note nell'isola ben 59 miniere. Importanti innovazioni tecniche furono introdotte in questo periodo. Dagli scavi eseguiti con l'ausilio del solo piccone o del fuoco si passo all'uso della dinamite, impiegata per la prima volta a Monteponi nel 1743. Inoltre nelle maggiori miniere si diffuse l'uso dell'elettricità oltre alla tecnica di perforazione ad aria compressa. Negli anni tra il 1762 e il 1780 la produzione andò diminuendo. L'allora sovrintendente alle miniere cavalier Belly suggerì di ricorrere, nella miniera di Monteponi, al lavoro di alcuni ergastolani che si trovavano rinchiusi nel carcere di Villafranca, vicino a Nizza. Il sistema era già stato sperimentato nell'isola per l'erstrazione del sale. Venne così ristrutturato un vecchio collegio di Gesuiti a Iglesias, attrezzato con officina, ospedale e deposito di esplosivi, e lì vennero accolti cento forzati con le truppe di scorta. In realtà l'uso degli ergastolani a molti parve controproducente, visto che essi potevano lavorare solo di giorno per motivi di sicurezza e sul bilancio dell'azienda gravava anche parte delle spese per i militari di guardia. Numerosi furono gli imprenditori genovesi e piemontesi che dal 1848 in poi chiesero concessioni per lo sfruttamento delle miniere sarde. Questo significò l'arrivo sull'isola di numerosi ingegneri, minatori specializzati e artigiani attratti dall'abbondanza di insediamenti minerari. Fondamentale fu l'attività svolta dalla popolazione locale per l'individuazione dei giacimenti minerari: la miniera di Ingurtosu venne scoperta da un pastore di Arbus, quella di Masua da un cuoco, un sacerdote contribuì a far riprendere la coltivazione a Montevecchio e un avvocato di Lanusei cedette la più grande miniera d'argento del Sarrabus. La lontananza delle miniere dai centri abitati rese necessaria la costruzione di strade, edifici, abitazioni e ferrovie. Ai forti investimenti finanziari sopportati per la costruzione delle strutture essenziali, faceva riscontro l'assenza di minatori specializzati che fossero in grado di far funzionare la macchina produttiva. La Sardegna, da regione contadina e pastorale, si rivelava carente sotto il profilo della cultura industriale. La crisi economica del 1887 portò comunque alla fuga di contadini e braccianti dalle campagne: dai poveri villaggi d'origine una gran massa di persone si riversò nelle zone minerarie in cerca di un lavoro. Occorrevano boscaioli per tagliare il legname, carbonai, manovali che frantumassero il minerale, carriolanti che trasportassero il minerale dalla bocca della miniera ai porti d'imbarco. I minatori sardi venivano utilizzati nei lavori di fatica, mentre a quelli provenienti dalla Toscana, dal Piemonte, dalla Lombardia venivano affidati i lavori più importanti e di maggiore responsabilità, come lo scavo e la sorveglianza dei macchinari. Questo differenza si traduceva in una diversità di guadagno: se nel 1871 un minatore sardo guadagnava due lire e 50 al giorno, un continentale ne riceveva tre e 50. E ciò influiva sulle condizioni di vita, sul modo di vestire, sulle abitudini alimentari, sulla qualità delle abitazioni e sul modo di trascorrere il tempo libero. Le famiglie erano infatti molto povere e numerose e i minatori, a scapito delle loro forze e della loro salute, risparmiavano il più possibile per mandare la loro paga a mogli e figli che lasciavano nel villaggio. Il loro unico pasto era costituito da pane di seconda qualità e talvolta formaggio: mai carne, mai minestre, mai cibi cucinati. Si moriva di freddo nei mesi invernali. L'alto impiego di donne e ragazzi nel lavoro svolto all'esterno della miniera era un connotato tipico della realtà minerari dell'800 e primi '900: era loro affidata, nei piazzali antistanti le zone di estrazione, l'attività di smistamento dei minerali puri dalla pietra sterile (cernita) e il successivo lavaggio. Il 4 maggio 1871 la miniera di Montevecchio è teatro di una dei più drammatici incidenti sul lavoro di quegli anni. Dopo una lunga giornata di fatica undici donne (la maggior parte adolescenti e addirittura due bambine di 10 e 11 anni) riposavano in una baracca adibita a dormitorio costruita al di sotto di un enorme serbatoio d'acqua alto oltre un metro. Il muro divisorio cedette e la valanga d'acqua piombò sulla baracca travolgendola. Nessuno si salvò. Doveva passare un quindicennio prima che la legge del febbraio 1886 limitasse l'orario di lavoro delle donne e imponesse una maggiore giustizia salariale. E' invece del 1886 la legge "sul lavoro dei fanciulli" che vietava l'assunzione di minori di nove o dieci anni a seconda che il lavoro di svolgesse all'esterno o all'interno della miniera. Dall'inchiesta parlamentare sulle condizioni di vita dei minatori sardi (1910-1911) risulta che la maggioranza di loro aveva un'età compresa tra i 15 e i 50 anni. A detta degli industriali dell'epoca i minatori locali dimostravano minore resistenza alla fatica prolungata rispetto ai continentali e ciò giustificava la differenza di guadagno. . Si legge nella relazione: "Moralmente il minatore sardo ... è buono d'indole, ma debole di volontà ... e presenta i caratteri della diffidenza e dell'instabilità , mentre per certi lati presenta una credulità e una fiducia eccessive". L'orario di lavoro che era di otto ore all'interno della miniera, oscillava tra le 9 ore e mezza alle 11 per gli operai che lavoravano all'esterno e si prolungava a 12 ore per gli operai non specializzati. Non ci si riposava neppure la domenica. Le abitazioni erano di diversi tipi a seconda della vicinanza o meno rispetto ai centri abitati. Gli alberghi operai erano dei cameroni nei quali alloggiavano i minatori scapoli: i letti erano ravvicinati e spesso al posto delle brande vi erano giacigli fatti di erbe essicate. Le case costruite dagli stessi operai erano più povere di quelle dei contadini del circondario: senza pavimento, senza finestre, col tetto pericolante. Condizioni insalubri ai limiti della vivibilità che rappresentavano un continuo pericolo per bambini piccoli e donne incinte. Non esistevano, strade, fogne, scuole per i figli dei minatori, servizi sociali.

    Nel 1914 con lo scoppio della I guerra mondiale molte miniere chiusero e molti minatori furono licenziati. In seimila si ritrovarono senza lavoro, ma ben presto a crescente richiesta di piombo, zinco e carbone e il richiamo alle armi di molti, azzerò la disoccupazione. Il XX secolo fu un periodo di importanti innovazioni tecnologiche nella tecnica mineraria: l'introduzione del calcestruzzo e del cemento armato per il rivestimento di pozzi e gallerie; il forte aumento della potenza delle macchine di estrazione, la sostituzione delle funi di estrazione con il filo d'acciaio e l'utilizzo della tecnica di perforazione ad aria compressa. La crisi mondiale del 1929 colpì duramente anche l'industria estrattiva locale, nonostante le industrie avessero reagito con un aumento della produzione nelle zone più ricche riducendo le ricerche nelle zone meno esplorate. Ne risentirono naturalmente le buste paga dei minatori. Nel dicembre 1938 venne inaugurata da Benito Mussolini la città di Carbonia nata per fornire alloggio e servizi indispensabili al gran numero di operai impegnati nel centro minerario del Sulcis. Gli incrementi produttivi di quegli anni si interruppero bruscamente con l'ingresso in guerra dell'Italia nel 1940. Nel '43 la produzione estrattiva si arrestò completamente. Concluso nel '45 il secondo conflitto mondiale, le miniere sarde contribuirono alla ricostruzione industriale dell'Italia fornendo buona parte delle risorse metallifere. Nei primi anni cinquanta i dipendenti delle società minerarie operanti in Sardegna erano 17.000, alla fine del decennio si ridussero a 13.000. La giornata lavorativa iniziava alle sette meno un quarto della mattina al suono della sirena: tre turni di otto ore senza interruzioni e un controllo fortissimo della disciplina aziendale da parte del direttore della miniera, con l'applicazione di sanzioni pecuniarie o sospensioni dal lavoro agli operai che trasgredissero le regole imposte. Si pensi che la Società di Montevecchio metteva a disposizione dei dipendenti un mezzo di trasporto per il tragitto dal paese di residenza agli impianti: ebbene, su questi autobus era vietato fumare, cantare e far schiamazzi. I minatori vivevano in alloggi forniti direttamente dall'azienda o in case di proprietà ereditate dai parenti o costruite nel tempo libero dagli stessi lavoratori. I primi alloggi erano molto piccoli: due stanze per sei-otto persone. C'era la luce elettrica e l'acqua corrente, anche se spesso per poche ore al giorno. Nei villaggi minori mancava l'acqua potabile e il gabinetto era collocato all'esterno dell'alloggio. La cucina di notte si trasformava in camera da letto. Le abitazioni di proprietà erano più spaziose, ma spesso senza luce e acqua. Le condizioni più precarie erano quelle degli operai che stavano in alloggi in affitto: per risparmiare si adattavano a stare in spazi molto ristretti. Caso limite era quello delle sessanta famiglie residenti a Gonnosfanadiga alloggiate nelle casermette di proprietà dell'amministrazione militare, che per una stanza e l'uso di locali comuni pagavano un fitto di 500 lire al mese. Una minoranza dei minatori (scapoli o provenienti da località molto lontane) viveva invece negli albergi operai. I cameroni comuni avevano una cucina annessa che permetteva di cucinare i pasti in alternativa alla mensa aziendale. Le case degli impiegati erano invece molto curate: la stanza da bagno di cui erano fornite era quasi uno status symbol, un segno distintivo della differenza sociale. Negli anni '56/'58 lo stipendio variava dalle 28.000 al mese di un manovale comune alle 52.000 di un operaio specializzato. Era l'alimentazione ad assorbire la maggior parte delle risorse economiche della famiglia. I pasti dei minatori erano due: la colazione (consumata dalle quattro alle sei del mattino per chi aveva il primo turno) prima di recarsi al lavoro e il pasto primcipale al rientro (tra le cinque e le sei di sera). Il pasto principale consisteva in una minestra di legumi o in una pastasciutta, seguita da formaggio, insaccati o carne in scatola, accompagnati da pane e vino. Nei giorni di festa si cucinava la carne e talvolta compariva la frutta. Per colazione si consumava pane e companatico o la minestra avanzata dal pasto principale. Frequenti erano gli incidenti sul lavoro e le assenze per malattia, che significavano un pericolo di licenziamento per scarso rendimento e un impoverimento della famiglia per il venir meno dei benefici che le aziende concedevano agli operai più produttivi.

    Dagli anni sessanta ad oggi la storia mineraria dell'isola è la storia di progressivi e inarrestabili abbandoni e chiusure. L'esaurimento dei giacimenti, il calo del prezzo dei minerali, gli alti costi di estrazione, la concorrenza straniera, queste le cause come si diceva all'inizio del nostro discorso. Vedremo più in là che sorte è toccata alle più importanti miniere e quali sono (se ci sono) le ipotesi di riutilizzo.