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BAKUNėN di Sergio Atzeni

FRAMMENTI DEL TESTO

Il figlio tornava ogni domenica. Portava la paga intera. Molti, che l’avevano considerato un signorino buonanulla, si sono ricreduti. Aveva quindici anni, sembrava un bambino, come corpo, ma l’anima era quella di un uomo fatto. Non andava nei pozzi di Montevecchio, no, per il suo carattere era un’umiliazione troppo grande marciare con gli altri minatori all’alba nelle stesse strade dove aveva camminato a testa alta vestito da signore.

Una mattina entro nella stanza e trovo donna Margherita in piedi dietro la finestra. Guardava il figlio che si allontanava. Piangeva. Si č girata, mi ha visto. Non ho avuto il coraggio di dire una sola parola. Si č asciugata le lacrime col dorso della mano e ha fatto una smorfia come se dicesse <<Che vuoi farci?>> e ha soggiunto <<Tullio va in miniera per darmi da mangiare, ma all’etā sua potrebbe studiare e farsi valere nel mondo, perchč č buono, č bello, e non č stupido.>>

Passano pochi giorni e una mattina non si leva dal letto. <<Ho male al costato>> dice. Quella notte č morta, in silenzio, senza disturbare nessuno. L’ho lavata e vestita, era bianca come un’anima del purgatorio, pelle e ossa. I capelli erano neri, ali di corvo, le ho sciolto la crocchia, erano lunghi fino a terra, fini e morbidi come seta.